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Le insorgenze in Lombardia
di Giuan Gudhjohnsen 18/10/2013
 
 
Le insorgenze in Lombardia

Il nome di questa iniziativa - L'insorgente - ha un significato storico e profondo: si riferisce alle rivolte popolari antigiacobine denominate proprio "insorgenze". Essendo ciò sconosciuto ai più, abbiamo deciso di affrontare la tematica, dividendola in diversi articoli, vista la vastità dell'argomento. Il primo, che leggerete oggi, parla delle insorgenze lombarde; seguiranno quelli sulle insorgenze venete, piemontesi, trentine, sudtirolesi, liguri, emiliane, romagnole ed anche quelle italo-meridionali. Abbiamo affidato la ricerca ad una delle nostre "penne" più aprezzate, il vichingo lombardo Giuan Gudhjonsen.
Buona lettura.


La redazione


Le insorgenze, in particolare quelle contro l'occupante francese, furono rivolte popolari scoppiate nel Nord della penisola negli anni tra il 1796 e il 1814. Le ribellioni ebbero luogo nei territori occupati dalle armate francesi che, con l'aiuto dei collaborazionisti dell'epoca, avevano creato la Repubblica Cispadana e la Transpadana che, in seguito, divennero la Repubblica Cisalpina.
Le insorgenze iniziarono durante la prima calata di Napoleone in Padania - periodo che va dal 1796 al 1799 - e terminarono nel 1814, dopo la sconfitta su vasta scala dell'esercito napoleonico e la conseguente abdicazione dello stesso imperatore.
Ad onor del vero a far data dal 1789, in numerose città italiane, si era sviluppata, per effetto della propaganda francese e con l'aiuto organizzativo delle logge massoniche di Milano, Torino e Napoli, un movimento giacobino che, con gli anni, aumentò notevolmente le proprie dimensioni e si diffuse in tutta la penisola. Massoni e collaborazionisti dei francesi furono i promotori e i governatori delle cosiddette "Repubbliche giacobine", predecessori della Repubblica Cispadana, Transpadana e Cisalpina, staterelli indipendenti sorti scimmiottando l'esperienza francese.
Siccome la Convenzione francese il 15 dicembre 1792 stabiliva che i popoli "liberati" dall'esercito transalpino dovessero contribuire al mantenimento dei soldati occupanti, i governatori filogiacobini aumentarono qui da noi imposte e tasse: ciò creò enorme malcontento in tutte le zone occupate.
A causa di ciò, i popoli insorsero in quasi tutti i luoghi della penisola italica in cui erano presenti le truppe francesi che, nonostante, fosse mantenute con le tasse dei residenti si rendevano spesso protagoniste di razzie, saccheggi e violenze sulla popolazione civile. Vi furono, nel 1796, delle insorgenze in Lombardia perché i nostri antenati, a differenza di quanto accade oggi, avevano coraggio e si ribellavano.
Nel maggio del 1796, Napoleone Bonaparte fece il suo ingresso a Milano, ma pochi giorni dopo scoppiò la prima insorgenza in città, cui fecero seguito le rivolte antinapoleoniche di Pavia, Milano, Varese, Como, Lodi e dei paesi limitrofi.
Per quanto riguarda la ribellione avvenuta a Milano bisogna dire che a fine maggio vi furono tumulti immediatamente sedati dal Generale Despinoy, per evitare guai maggiori. Solo con l’arresto di alcuni rivoltosi che avevano fatto oggetto di lancio di pietre alcune guardie francesi e tentato di abbattere l’albero della libertà eretto dai Francesi nella Piazza del Duomo, la gente intimorita si era ritirata nelle proprie case e i sediziosi nascosti nell’ombra.
Già perché anche a Milano, come in tutte le città europee occupate dai francesi, venne piantato l'albero della libertà, una sorta di palo addobbato con ghirlande e nastri, sormontato da un cappello rosso, simbolo della Rivoluzione francese.
Sotto questi "alberi" la gente era invitata a ballare al suono di musiche patriottiche francofone. Si trattava di balli improvvisati, ai quali venivano obbligate, dai soldati, ragazze a ballar nude prima di venir violentate. A tali balli, però, partecipava soprattutto la fascia di popolazione più umile e indigente, spesso composta da scamiciati e straccioni seminudi: da qui l'appellativo balabiòtt .
Tornando alla rivolta milanese, a fine maggio, le Truppe Francesi pattugliarono le strade perquisendo chiunque incontrassero e, oltre a numerosi arresti, venne condannato a morte e fucilato nei pressi di porta Ticinese il giovane rivoltoso Domenico Pomi .
Lo stesso giorno l’Arcivescovo di Milano inviò una lettera pastorale raccomandando alla popolazione la tranquillità, l’obbedienza e la sottomissione al conquistatore francese che aveva promesso amicizia e rispetto della Religione.
Bonaparte, che in quel momento si trovava a Lodi, venuto a conoscenza dei moti sediziosi che stavano scoppiando a Binasco e a Pavia, decise di agire prontamente e soffocare sul nascere la sommossa prima che prendesse più gravi proporzioni.

I rivoltosi, per niente intimoriti, si radunarono a Binasco armati di forche, bastoni, poche sciabole, fucili e di 2 cannoni inservibili in quanto mancanti di proiettili, prelevati dal Castello della Famiglia Belgioioso. Lo scontro fu violento ma i francesi, meglio armati e organizzati, ebbero ben presto il sopravvento e dopo averlo saccheggiato, incendiarono il villaggio.

La presa di Binasco provoca più di cento morti, tra di essi anche vari francesi (che saranno seppelliti nel cimitero del paese).
I soldati sono autorizzati al saccheggio e allo stupro, abbattono le porte ed incendiano le case. Si tramanda che vennero ammazzati tre giovani artigiani innocenti, ignari del pericolo che stavano correndo. Si presume dall’interpretazione dei dipinti dell’epoca realizzati sul campo, che parte della popolazione innocente sia stata trucidata. Lannes in seguito confesserà: “si sono fatte cose raccapriccianti sulla popolazione”.
Anche Bergamo e a Brescia diventarono dominio francese tanto che i giacobini, dopo aver dichiarato decaduta la dominazione veneziana (che a Bergamo durava dal lontano 1428), iniziarono una “guerra” contro le vestigia del passato, con la distruzione di simboli, statue e colonne. Numerosi villaggi insorsero. Nelle valli bresciane si distinsero i paesi di Lonato, Castenedolo e tutta la Val Trompia. Anche la Valtellina e la Valchiavenna si ribellarono e le rivolte furono sedate solo con l’ausilio dell’esercito.
Che il coraggio dei nostri antenati e il tanto sangue versato per la libertà, possa aiutarci a rialzare la testa.


Alla prossima.


Giuan Gudhjohnsen


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