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La nostra realpolitik
di Anna Arquè 18/10/2013
 
 
La nostra realpolitik

” Se la Catalogna diventa indipendente, naturalmente bisogna trovare il modo di lavorare con loro.” Questa affermazione, che non dura più di dieci secondi, è stata fatta dall’ambasciatore degli USA nel Regno Unito, il signor Louis Susman, durante un’intervista della BBC sul referendum per l’indipendenza della Scozia, anche se non è stata sufficientemente considerata a casa nostra, è tra le più significative, se non la più significativa, che sia stata fatta sul caso catalano dal 2009 per ‘internazionalizzare’ la nostra determinazione a votare in un referendum, ed è fondamentale per la coscienza popolare catalana.


Ovviamente, la dichiarazione è significativa per il suo valore politico, ma soprattutto perché cristallizza, senza un sigillo di ufficialità o una fase severa, il tratto più caratteristico della realpolitik internazionale: pragmatismo. Pragmatismo, che assume nessuna volontà di “ciò che si vuole “, ma si da il benvenuto alla politica del fatto compiuto di “ciò che accadrà.”
Un chiaro esempio è quando il primo ministro scozzese Alex Salmond ha detto: “Il referendum per l’indipendenza della Scozia si farà perché gli scozzesi mi hanno dato il mandato democratico per farlo e si troveranno i meccanismi che portano al risultato, perché questa è la democrazia.” Con questa singola affermazione sul referendum scozzese diventa un politico internazionale e gli inglesi, che l’hanno combattuto per la terra, per aria e per mare, non possono fare altro che riconoscerlo. Senza l’autorizzazione di Westminster, senza consigli di transizioni, senza accordi nazionali, senza vertici, senza manifestazioni di massa, senza consultazioni, senza catene, anche senza una maggioranza sociale che dia il primo impulso, perché Salmond ha detto che “la sovranità non è dei parlamenti o dei governi, nemmeno della monarchia, ma delle persone e che non hanno bisogno di dimostrarlo, ma di agire di conseguenza. Si chiama realpolitik.

Il Ministro Margallo non ha richiamato l’ambasciatore degli Stati Uniti. Il pragmatismo americano di Mr. Susman parla del possibile scenario di una realtà fatta di una Catalogna indipendente, non specula sulla procedura e fa passare in pieno giorno un riconoscimento ad hoc senza che il moderno inquisitore diplomatico spagnolo possa vederlo, o forse voglia vederlo. Si chiama realpolitik.

Non vi è un terzo attore che impartisca la giustizia nel mondo, semplicemente ci sono parti interessate, pertanto dobbiamo renderci interessanti agli interessati.

I catalani ripetono, cantano e gridano che siamo una nazione. Scrivono libri e progettano siti web perchè gli altri capiscano, senza considerare che importa poco, se non nulla, preoccuparsi se la comunità internazionale considera i catalani una nazione, ciò che conta è che noi crediamo e agiamo come tali perché è con il cambiamento che si possono trarre profitti o perdite. Pertanto, il reale interesse internazionale sorge quando un territorio marca il fatto politico, che consente la variazione, ad esempio dall’autonomia allo stato indipendente, perché questo significa che viene realizzato, infine, dichiarando la nostra sovranità, e che, oggi, significa utilizzare i mezzi politici per definire una data e una domanda specifica per stabilire ufficialmente un referendum per l’indipendenza della Catalogna.

Il modo più efficace per internazionalizzare il caso catalano è l’annuncio ufficiale del referendum, senza aspettare dichiarazioni ne il supporto di nessuno, il centro di gravità è in Catalogna e nella coerenza della nostra storia, quindi non abbiamo bisogno del permesso di nessuno, Perché noi siamo nazione. Questo dovrebbe essere la nostra realpolitik, senza di essa, tutto il resto, lo chiamano “aneddoto storico”.


Anna Arquè


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