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Così tanto … da così poco castanea sativa…il castagno
di Giovanna Sartori 4/10/2013
 
 
Così tanto … da così poco castanea sativa…il castagno

In questi luoghi prealpini, dal clima un po’ umido, con piogge primaverili frequenti, spesso prolungate ed abbondanti, dalle gelate invernali e dal caldo afoso estivo, le varietà delle coltivazioni agricole sono piuttosto limitate.

Nei tempi passati, quando ancora l’economia si basava sull’autosufficienza famigliare, si producevano un po’ di cereali, destinati all’alimentazione dei pochi capi di bestiame; più intensivamente riso nella zona del Piemonte nell’area limitrofa alle langhe, novarese e vercellese; mais per la farina da polenta, elemento principe delle tavole lombarde fino a qualche decina di anni fa’, patate e cavoli e verze. Solo durante la stagione estiva si riceveva dalla terra qualcosa in più, ma l’inverno… porta con sé sempre maggiori difficoltà organizzative, logistiche e soprattutto alimentari.

Le popolazioni locali infatti affidavano il loro sostentamento durante i periodi invernali a quel frutto che noi oggi consideriamo un piccolo sfizio da gustare arrostito nelle sagre di paese: la castagna.

L’albero da cui questa inesauribile risorsa energetica deriva è il Castagno (Castanea sativa), da non confondere con l’Ippocastano (Aesculus hippocastanum), albero di grande importanza e molto utilizzato nella realizzazione di viali di parchi e giardini per le sue belle ed importanti chiome di cui forse parleremo in altra occasione, ma il cui frutto, la “castagna matta” non è commestibile.

Il Castagno ha svolto in passato per le popolazioni locali una enorme fonte di sostentamento praticamente gratuita perché nei boschi prealpini di media altitudine costituiti da terreni acidi e ben permeabili la pianta è molto diffusa e trova un suo habitat naturale.

Di quest’albero si utilizzano tronco, foglie e frutti.

Il tronco fornisce dell’ottimo materiale da opera, resistentissimo all’acqua e all’aria, molto durevole e utilizzatissimo come legname navale, per la costruzione delle orditure dei tetti, di balconi esterni e per la palificazione lacuale (i pali per i pontili e per gli attracchi sul lago sono di legno di castagno che resiste nell’acqua per moltissimi anni senza marcire). Infine nella zona era utilizzato anche per la costruzione di mobili e come legna da ardere.

Ciò che fa di questo legno un “osso duro” è la forte presenza di tannino, una sostanza contenuta nel legno che fornisce quel color scuso e che ne esalta le caratteristiche di durevolezza e capacità di conservazione ritardando notevolmente il processo di degenerazione; piuttosto tossico, il tannino, non è per nulla amato dai parassiti del legno che quindi non ne intaccano che la superficie lasciando l’interno inalterato anche per centinaia di anni.

Gli alberi di castagno sono molto longevi, la fase di fruttificazione inizia circa 20 anni dopo l’impianto, e possono vivere anche per centinaia di anni: alla base di questi castagni secolari, di cui abbiamo ancora degli esemplari, anche nel bosco dietro casa mia e vi garantisco che ogni volta che vi passo davanti esercitano un fascino incredibile, si può raccogliere la “terra di castagno”. Il tronco infatti si svuota parzialmente e la corteccia mista alla terra e alle foglie forma una miscela eccezionale ricca di sostanze nutritive e largamente utilizzata per i rinvasi e per la concimazione di piante “acidofile” come gardenie, ciclamini ed in modo particolare di azalee e rododendri : a tal proposito vorrei ricordarvi che sul Lago maggiore esistono i più importanti, prestigiosi e famosi produttori mondiali di queste piante ornamentali diffusissime in parchi e giardini ( un consiglio: in periodo di fioritura, aprile-maggio, visitate il “parco San Grato” sopra Lugano: con i suoi 62.000 metri quadrati raccoglie la più ampia, per varietà e quantità, collezione di azalee, rododendri e conifere, dell’intera Regione Insubrica. Info www.lugano-tourism.ch nella sezione “cosa fare” ).

Dal macero delle foglie, che si raccolgono in estate a completa maturazione, si ottengono ottimi rimedi per chi soffre di disturbi come diarrea o di emorroidi ma anche per calmare la tosse convulsa. Inoltre è possibile preparare, anche a casa, un benefico trattamento dopo shampoo per donare riflessi dorati e lucenti ai capelli biondi.

Dal nettare dei fiori, che in estate colorano di giallo ambrato i versanti de nostri boschi, si ricava il miele di castagno: il colore scuro ma ambrato ed il sapore un po’ amaro conferiscono a questo miele caratteristiche organolettiche speciali; non è amato da tutti ma è ottimo per alleviare il mal di gola se disciolto in latte caldo e, per i più golosi, è strepitoso in abbinamento con formaggi di capra di media stagionatura.

Così dopo aver divagato per molte righe sulla straordinarietà di questa pianta, che mi piace paragonare al maiale, di cui non si butta proprio niente, si arriva a quello che l’elemento più importante e conosciuto: il frutto.

Per secoli si è creduto che le castagne fossero addirittura nocive per gli esseri umani e quindi non venivano utilizzate; ci si è dovuti ricredere di questa infondata convinzione proprio per il largo uso che ne facevano le popolazioni contadine delle campagne. Il frutto di quest’albero costituiva una degli elemti principali della loro povera dieta, fornendo nutrimenti e calorie a basso costo soprattutto durante i lunghi periodi invernali quando la terra non riesce a soddisfare il fabbisogno nutrizionale della popolazione contadina.

Le castagne si raccolgono in autunno durante il mese di ottobre: ad avvenuta maturazione il “riccio”, quell’involucro spinoso che le contiene, si apre e le fa cadere a terra dove si possono raccogliere con facilità. La conservazione di questo frutto avveniva in diversi modi: la più semplice è quella di lasciarle a bagno coperte d’acqua per qualche giorno eliminando i frutti che vengono a galla, segno di presenza di parassiti, poi asciugate e lasciate seccare all’ombra in luogo ventilato. Si conservato intatte per tutto l’inverno mantenendo inalterate le loro proprietà. Negli anni passati quando si viveva di poco e del lavoro della terra, si raccoglievano e si ammucchiavano ai piedi di un albero, si ricoprivano di foglie e si mantenevano così fino al momento del bisogno.

Interessanti ed istruttivi sono i sentieri didattici dedicati a questa straordinaria pianta che tanto ha fatto in passato per le popolazione delle nostre valli: solo nella zona abbiamo due interessantissimi esempi; uno in Malcantone, svizzera, partendo da Arosio. Il sentiero che si snoda per circa 11 Km offre interessanti punti panoramici e un tuffo nel passato alla scoperta degli usi e della lavorazione del castagno(per info www.lugano-tourism.ch nella sezione “cosa fare”).

Ma ancor più vicino a noi, alla scoperta di un luogo senza tempo delle nostre valli, c’è il sentiero didattico di Curiglia e Monteviasco. Questo itinerario semplice attraversa la piccola e sconosciuta valle Veddasca, dove appunto sorge l’abitato di Monteviasco.

Il sentiero oltre ad essere naturalisticamente appagante per i numerosi punti panoramici e per la bellezza dell’arredo boschivo racconta la storia di questi luoghi e soprattutto degli uomini che li hanno abitato e colonizzati da tempi antichissimi. (info www.rifugi-bivacchi.com/gitedi ... riglia_e_monteviasco.html o più semplicemente digitando sentiero del castagno Curiglia).

Come si consuma la castagna? Il mio papà ne portava sempre qualcuna in tasca e dopo averla sbucciava la masticava così cruda, per ore, come fosse una caramella. Mi ha sempre fatto sorridere questa fatto, facendomi riflettere sulla povertà e sulla ristrettezza della quotidianità di un passato non così lontano: non c’era proprio niente ed anche una semplice castagna rappresentava un piccolo diversivo.

Arrostite si consumavano poi nel latte caldo al mattino come fossero biscotti; bollite arricchivano a volte qualche pezzo di carne ( un pollo o se capitava della selvaggina).

Una volta seccate si faceva farina che veniva utilizzata per confezionare pane, tagliatelle , gnocchi o ogni tanto dolci: famosissimo è il castagnaccio. In quest’area piatto tipico era “ül Mac”, minestra di riso con latte e castagne, mantecato a fine cottura con burro di malga; molto nutriente e sostanzioso era adatto alle rigide temperature invernali e al faticoso lavoro dei campi.

Oggi le castagne siamo abituati a mangiarle arrosto comprate dal baracchino ad ogni angolo di strada o quando si fa la festa dell’asilo o degli alpini. Sono tutte castagne acquistate che provengono dalla Toscana o dall’Umbria. La raccolta nel bosco con i bambini è invece un momento speciale e di unione; ricorda i tempi passati, ti immerge in una dimensione da favola e ti avvicina alla natura nella sua dimensione più totalizzante. Devi spettare il tempo giusto, non puoi raccoglierle quando vuoi perché se la stagione tarda deve attendere “il Tempo”. I nostri nonni hanno vissuto di queste attese, riscopriamole e facciamo tesoro: riscopriremo la gioia del “momento”, e la bellezza di ciò che abbiamo intorno a noi senza nessuna fatica.

Giovanna Sartori


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