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L'utopia della rete
di Luca Bertagnon 4/10/2013
 
 
L'utopia della rete

Ci arrovelliamo a riflettere su come sia possibile che il nostro Paese, pervicacemente, stia facendo di tutto per demolire il proprio sistema economico e produttivo. Si dà la colpa alla burocrazia, alle banche, all’egoismo della finanza, ma questi temi sono più indicati a giustificare una crisi globale e di sistema, una tendenza implosiva dell’occidente, piuttosto che spiegare la disastrosa deriva dell’italico stivale.

Si è convenuto più volte sulla ‘meridionalizzazione’ del Bel Paese e su una sempre più diffusa tendenza a concentrarsi su sofismi da intellettuali della Magna Grecia, piuttosto che tirarsi su le maniche, sporcarsi e faticare per trainare la locomotiva, benché questo ancora non basti per comprendere la tendenza autodistruttiva che si è impadronita di noi; … ma ecco che finalmente, all’improvviso, si è palesato l’arcano, occultato dietro una parola: COMPETITIVITÀ! Così, d’un tratto, abbiamo semplicemente perso la nostra competitività: antichi, gretti, egoisti, provinciali, non siamo stati capaci di fare RETE, di organizzarci a sistema e, pluff!, abbiamo perso la nostra competitività, con l’inevitabile destino che accomuna i poco di buono: FALLIRE!

Quella che da sempre è stata la forza dei popoli che hanno condiviso la nostra penisola, sarebbe diventata improvvisamente la causa del suo declino. Le genti del Bel Paese autonome, vagamente anarchiche, conquistate ma mai del tutto sottomesse allo straniero, hanno da sempre fondato i propri successi sulla reciproca conflittualità, sulla concorrenza reciproca, sulla voglia di misurarsi e di primeggiare gli uni sugli altri. Piccoli regni, signorie, feudi, casate, comuni, si sono da sempre combattuti, misurati, messi in competizione. In poche parole il campanilismo è stato per molti versi il motore della crescita e dell’innovazione, anche nei tanti momenti di dominio straniero dei nostri territori. L’Italia è sempre stata territorialmente unita, riconoscendosi in una inevitabile unità territoriale, pur rivendicando orgogliosamente una straordinaria molteplicità di sfaccettature in termini di lingue, culture, tradizioni, cibi, musica, …..

Queste differenze si sono manifestate in uno spiccato individualismo nel lavoro, negli affari, nell’economia, con una conseguente voglia a mettersi in proprio, a costruire qualcosa da sé, a fare gli imprenditori di se stessi, generando in tal modo un esercito di professionisti, artigiani, piccoli e piccolissimi imprenditori che da sempre hanno rappresentato l’ossatura ed il valore aggiunto della nostra economia, per la capacità di produrre innovazione, competenze, sperimentazione e tanta, tanta competizione.

Adesso però siamo uniti, finalmente uniti da 150 anni, con una stessa lingua, una stessa bandiera, in un grande paese con obiettivi comuni, strategie comuni, casse ed esercito comuni, sentimenti e senso di appartenenza comune. In questa lieta comunanza verso l’inarrestabile progresso, non c’è spazio per la concorrenza reciproca, per quell’anarchico desiderio di libertà che ci ha permesso di superare indenni anche le più feroci occupazioni straniere. L’imperativo è fare rete, fare sistema, mettersi assieme per sfondare verso il mercato estero, verso i mercati emergenti. Professionisti e imprenditori abituati fino ad ieri a farsi concorrenza dovrebbero, dall’oggi al domani, mettersi assieme nel nome della comune italianità per imporsi nel mondo. E’ così che, ancora una volta, dopo avere mortificato lingua, tradizioni ed identità, dopo avere spolpato la classe dei produttori (professionisti, artigiani, imprenditori, ..) per alimentare parassitismo e malaffare, con la scusa di finanziare l’agognata unità, un sistema feroce ed implacabile nel suo disegno, vorrebbe imporci di rinunciare anche alle nostre pulsioni, alla vocazione verso la competizione reciproca, all’attitudine alla sopravvivenza e alla resistenza al sopruso, alimentata da un po’ di anarchia e dalla scarsa propensione a piegarsi all’autorità costituita…. e i risultati si vedono: mortificazione, disaffezione, perdita di stimoli, abbandono, tendenza a sedersi, a lasciarsi andare, a ricercare un posto pubblico, sicuro, nascosto nelle pieghe della burocrazia e dell’apparato. Si è arrivati così all’implosione, esaltando l’impiego pubblico, il posto sicuro e mortificando l’intrapresa.

Ma quale rete? Quale sistema? La forza del nostro paese si è da sempre rispecchiata nella capacità e nella genialità del singolo e nella capacità e genialità delle collettività di valorizzare e promuovere i traguardi del singolo, con l’intento di superarli, migliorarli, perfezionarli. Questa è il nostro genio, questo è ciò che meglio di tutti gli altri siamo capaci di fare. Bando quindi alle reti, al collettivismo, al diktat del fare sistema, per tornare a promuovere la voglia di misurarsi con i propri vicini, come stimolo all’imprenditorialità ed alla crescita.

Per ripartire in questa direzione l’unica possibilità è quella di un passo indietro dello Stato che, scrollandosi di dosso un po’ di parassiti, riesca ad essere meno esoso ed oppressivo. Cosa questa che lo Stato da solo, con l’attuale composizione sociale che ha istituzionalizzato il parassitismo, non è certo in grado di fare. Due domande quindi:

Potremo ritrovare la nostra dimensione ideale di imprenditori, professionisti ed artigiani, nell’ambito di un’Europa di popoli al di fuori della dittatura oppressiva degli Stati (con tutto il loro fardello di clientele) e delle voraci oligarchie finanziarie? Ed in particolare saremo capaci, in una prospettiva allargata all’Europa, di mettere in discussione il concetto distorto di unità con il quale abbiamo tentato di scimmiottare grandi stati nazionale come la Francia o imperi come la Gran Bretagna, per ritrovare la nostra autentica dimensione di popoli che si autodeterminano e si misurano reciprocamente su questo grande zatterone che ci ospita chiamato Italia? C’è molta strada da percorrere, ma cambiare radicalmente questo stato sembra davvero l’unica via per evitare il default!

Luca Bertagnon


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