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La Sinistra ha tradito i lavoratori e ha sposato i gay
di Giuseppe Reguzzoni 4/10/2013
 
 
La Sinistra ha tradito i lavoratori e ha sposato i gay

Sino a pochi anni fa “rivoluzione sessuale”, sull’onda dei movimenti culminati nel Sessantotto, era sinonimo di superamento dei tabù. Se ne poteva e se ne può discutere, ma, nella sostanza, la rivoluzione sessuale supponeva ancora, in qualche modo, la differenza tra i sessi. Oggi una serie di ordini partiti dall’alto stanno sostituendo la vecchia rivoluzione sessuale con la rivoluzione di genere, vale a dire, in parole povere, l’affermazione che la differenza sessuale non è un dato di natura, ma una struttura culturale che, come tale, si può liberamente modificare. Il disegno si inserisce nella strategia, ben più complessa e articolata, del globalismo nemico delle identità e delle appartenenze, quello, per intendersi, di cui hanno narrato romanzieri del calibro di Aldous Huxley, nel suo Mondo nuovo, o George Orwell, in 1984. Una società fatta a misura del potere, dove al singolo è data l’illusione di una libertà apparente e inconsistente, come se ti imponessero di fare la spesa in un loro supermercato, obbligandoti a comprare un determinato prodotto, ma lasciandoti la scelta tra due marche, comunque gestite sempre e solo da loro.

Su chi si oppone, viene immediatamente calato il marchio infame: omofobo, islamofobo, xenofobo ....

Una volta era il latino il segno del potere costituito, oggi è un certo inglese, erudito e astratto, che conia espressioni ambiziose e oscure come «gender mainstreaming», che celano strategie globaliste e disumane.

In inglese la parola «sex» indica il sesso biologico, «gender», invece, indica il ruolo sociale caratterizzante la natura sessuale. «Mainstreaming» è una parola composta da «main» che significa «principale» e «stream» che significa «corrente». Presa alla lettera l’espressione significa quindi qualcosa come «il genere (sessuale) come movimento sociale», vale a dire il genere (sessuale) che si pone al centro delle politiche e dell’agire sociale e non al di fuori di questi. Con ciò si è già intuito come è stato possibile, a una certa sinistra, spostare l’asse della socialità su quello di una rivoluzione che lascia tutto così com’è. Il progetto è globale e gestito come un format imposto, paese per paese in nome dei diritti civili. Tale strategia è stata formulata per la prima volta nella Terza Conferenza Mondiale sulle Donne delle Nazioni Unite, a Nairobi nel 1985 e nella Quarta Conferenza Mondiale di Pechino del 1995, in cui il «gender mainstreaming» fu indicato come la strategia chiave per promuovere l'uguaglianza tra uomini e donne, al di là della differenza sessuale. Nel 1998 il Consiglio d'Europa, ha adottato la seguente definizione: «Gender mainstreaming» è un processo politico così come un processo tecnico. Implica nuovi modi di concepire e di approcciarsi alle politiche, spostamenti nella cultura organizzativa o istituzionale e conduce a cambiamenti nelle strutture delle società. Il gender mainstreaming implica la riorganizzazione dei processi politici perché muove l'attenzione delle politiche per l'uguaglianza di genere verso le politiche di ogni giorno e le attività degli attori normalmente coinvolti nei processi politici correnti». Il linguaggio è volutamente complesso, ma permette comunque di cogliere che il «gender mainstreaming», alla fine, altro non è che un’uguaglianza in cui le differenze scompaiono, vale a dire non un’uguaglianza nella pari dignità di nature e ruoli diversi, bensì la cancellazione della diversità o, quanto meno, il suo annichilimento sociale e culturale. Ne derivano: la lotta a tutto campo contro la cosiddetta “omofobia”, la riduzione dell’educazione sessuale a informazione sessuale, la cancellazione del nesso tra sessualità e riproduzione, il sostegno aperto a strumenti giuridici e istituzionali come i cosiddetti “matrimoni omosessuali” e, potenzialmente, la depenalizzazione di orrori come la pedofilia (si veda il caso dei Verdi tedeschi) e l’incesto (in Francia se ne è iniziato a parlare, a partire dai soliti casi pietosi).

La cosa che, apparentemente, può essere motivo di stupore è che paladini di questa rivoluzione, squadra e compasso, siano oggi i successori di coloro che, un tempo neanche tanto remoto, sostenevano che l’unica vera rivoluzione fosse quella proletaria, issando la bandiera della giustizia sociale e della lotta di classe.

Oggi la lotta di classe non è più di moda, non lo è nemmeno la rivoluzione proletaria, ma, a quanto pare, la giustizia sociale è ancora un problema serio, anzi lo è sempre di più. La sinistra italiana e, in modo particolare quella che fa riferimento al duo Boldrini-Vendola, ha ormai sostituito la questione sociale, che importa a quasi tutti i comuni mortali, con la questione «di genere», che importa a quattro gatti e a un certo numero di anticonformisti a comando (quelli che si sentono “cool” quando ubbediscono ai poteri forti, pensando di ubbidire a se stessi ...). I Media di regime provvedono, poi, ad amplificare ad arte il loro grido di dolore ...

Che l’illusione rivoluzionaria sia finita in sé non è un male, dal momento che, finalmente, chi lo vuole, può vedere e capire che i posti di lavoro e la qualità del lavoro migliorano se migliora il governo del territorio, in base alla semplice equazione: più autonomia, più benessere (si vedano i cantoni a noi vicini della Confederazione Svizzera). Il problema è che oggi né i territori né le esigenze della giustizia sociale sono realmente rappresentati. C’è un vuoto politico, che serve a garantire la permanenza del sistema, con una classe politica incapace di gestire la situazione, perché prigioniera dei propri privilegi, disposta, al massimo, a concessioni sulle libertà individuali, perché non costano nulla. La Sinistra non ha mai seriamente affrontato la questione delle autonomie e nemmeno quella di un federalismo responsabile e costruttivo. Oggi ha smesso persino di occuparsi di lavoro e di sviluppo.

Per dirla in termini marxisti, la sinistra si è “imborghesita”, si è messa, cioè, al servizi delle grandi logge e ha tradito le classi popolari cui pretendeva di richiamarsi. Non sventola più lo slogan della dittatura del proletariato e a chi chiede lavoro e benessere, risponde proponendo i matrimoni gay e la demolizione dell’istituto familiare. Questo vuoto, pur nella durezza del momento, può anche essere un’occasione per far ripartire altre e più determinate forme di rappresentanza, più autenticamente popolari.


Giuseppe Reguzzoni


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