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Uscita di sicurezza
di Luca Bertagnon 20/9/2013
 
 
Uscita di sicurezza

Uso volutamente il titolo dell’ultimo libro di Giulio Tremonti perché è ad esso che mi riferisco per sviluppare alcune personali riflessioni.
Sono infatti riuscito a prendere il mano il testo dell’ex ministro dell’Economia, sorprendendomi piacevolmente della prosa fluida, per un’analisi efficace dell’attuale momento storico, incalzante ed in molti passaggi addirittura appassionante. Un libro che per semplicità e chiarezza dovrebbe essere utilizzato nelle scuole per fare luce su concetti un po’ oscuri come ‘globalizzazione’ e ‘mercatismo’ ed in generale per aprire uno squarcio sulla storia contemporanea che la scuola, forse volutamente, si guarda bene dall’affrontare.

Il ragionamento seguito da Tremonti alimenta, nel suo incedere, l’attesa per una fantomatica soluzione alla crisi, che viene finalmente esplicitata negli ultimi capitoli e che si scopre corrispondere ad una serie di indicazioni e ‘ricette’ che l’autore aveva già anticipato nel corso dei precedenti capitoli del libro.
A monte di tutto vi è però la necessità, secondo Tremonti, di assunzione di iniziativa da parte della politica, per imporre la citata regolamentazione ad una finanza fuori controllo, eterea ed impazzita.

L’unica crepa in questo ragionamento sta nel fatto che la finanza è forte e la politica è debole! E’ un po’ come evocare un riordino della magistratura o una riforma della giustizia, da parte dell’attuale classe politica italiana: per fare delle riforme, così come per imporre delle regole, è necessario che l’iniziativa sia assunta da un soggetto forte, autorevole, riconosciuto, che come tale abbia la forza necessaria ad imprimere il cambio di rotta.
Qui sta il punto: non tanto e non solo nell’individuazione di regole di buonsenso o nell’invocazione astratta di un’assunzione di responsabilità da parte di una politica alla deriva. La vera sfida è nella capacità di alimentare una generale consapevolezza sui problemi e quindi un ampio consenso che conferisca la necessaria forza alle soluzioni da adottare. Che si tratti di una partita difficile è dimostrato dal fatto che, storicamente, le grandi trasformazioni, quelle epocali, sono le più difficili da comprendere, soprattutto da parte di coloro che le stanno vivendo sulla propria pelle. Nel corso di poco più di vent’anni siamo passati da una logica produttivistica, dove alla base delle transazioni e del mercato vi erano gli oggetti, la capacità di produrli, di promuoverli e di commercializzarli, ad una realtà nella quale il prodotto tangibile sembra avere perso di valore per un mercato orientato verso entità fittizie, sempre più distanti dalla realtà regolate da indici ed equazioni cervellotiche e definite da termini dei quali non è dato di conoscere il significato.
Questa propensione all’astrazione sempre più spinta crea sconcerto, contribuisce ad allontanare la comprensione dei fenomeni e, in pratica, inibisce la capacità di reazione.

Per questo l’unica possibilità di uscita dalla crisi di sistema che stiamo subendo è quella di tornare saldamente con i piedi per terra. Tapparci le orecchie dalle sirene del progresso e della crescita infinita ed incondizionata, per ritrovare nella concretezza del luogo, dei prodotti delle intelligenze, della manualità della capacità di creare sul posto, gli anticorpi per rispondere alla dittatura del mercatismo e allo strapotere dell’economia degli indici e degli spread. Con ciò non dico di rinnegare la globalizzazione che ormai è nei fatti e non può più essere cancellata con un colpo di spugna, anche perchè ritengo che la stessa possa ancora essere gestita, valorizzandone gli aspetti positivi e contenendone le distorsioni, partendo proprio dal quotidiano delle scelte e degli stili di vita.
Le mie personali ricerche sull’Edenamismo, che si muovono nella scia del GLOCAL, ovvero del rapporto globale locale, sono uno dei tanti esempi di indagine e di sperimentazione di coloro che hanno capito che la sola strada per resistere allo strapotere del mercato è quella fermarsi un attimo, guardarsi indietro e ritrovare un rapporto con la propria storia, il proprio passato e la solidità delle proprie radici.

La prospettiva ultima non è certamente l’isolazionismo o la decrescita, ma la creazione di una solida alleanza, a livello europeo, che si fondi sulle comunità e sui popoli che la compongono, fuori dall’egoismo e dalla protervia degli stati, per federarsi su basi nuove e per riuscire, così federati, a rispondere in maniera unitaria, e forte alle sfide indotte dalle dinamiche mondiali. Ricordo infatti che, nonostante la Cina e l’India, ancora il 75% degli scambi dei paesi europei avvengono entro il mercato interno dell’Europa e questo è un dato sufficientemente incoraggiante per poter ancora sperare in un futuro di prosperità, … purché si agisca subito!

Luca Bertagnon


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