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Tarchi: “Non potremo mai far a meno della politica”
di Redazione 26/10/2012
 
 
Tarchi: “Non potremo mai far a meno della politica”

Marco Tarchi è un politologo, professore ordinario presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Firenze dove attualmente insegna Scienza Politica, Comunicazione politica e Teoria politica.


L’abbiamo incontrato e gli abbiamo posto alcune domande, buona lettura


Professor Tarchi, da dove nasce l'attuale avversione della gente verso la politica? E' così facile passare da boccaloni a squali solo perché non vengono più gettate monete come ami tra la folla?


Nasce dalla sensazione – non infondata – che la classe politica abbia utilizzato il proprio ruolo per arricchirsi e costruirsi una rete di privilegi, dimenticando le promesse fatte e i compiti che le spetterebbero.
In tempi di crisi, l’immagine della casta che ha sperperato il denaro ricavato dal prelievo fiscale e ha condotto il paese nel baratro del debito pubblico assicurandosi reti di protezione inaccettabili (stipendi fuori misura, vitalizi, benefit di ogni sorta) ha fatto presa. Va detto però che è servita anche per assolversi frettolosamente dai sospetti – anche questi non sempre infondati – di complicità con i guasti che i politici hanno provocato.
Le reti clientelari non si costruiscono senza clienti. I corrotti sono sollecitati dai corruttori. Il debito pubblico è stato accumulato per finanziare servizi che hanno garantito per decenni agli italiani un tenore di vita altrimenti insostenibili. Giocare a scaricabarile è da sempre un passatempo nazionale…


Perché, invece, secondo Lei è necessario occuparsi di politica?


Perché anche se noi non ce ne occupiamo, ci pensa lei ad occuparsi di noi. Con le decisioni che assume, i cui effetti ricadono sulle nostre teste. Chi pensa che si possa farne a meno, ha preso un abbaglio.

Fin dagli inizi della vita associata, ogni gruppo umano – tribù, clan, comunità, Stato – si è dato regole e ruoli per assicurare ai propri membri una convivenza quanto più pacifica e ordinata possibile. Immaginare che questo compito possa oggi essere svolto da dei “non politici” o presunti tali, come i tecnici o i magistrati, non è solo illusorio. È anche controproducente, perché espropria definitivamente i cittadini della sovranità di cui dovrebbero essere i titolari.

Per quanto sia arduo riuscirvi, riappropriarsi della politica, o almeno sottoporla a stimoli e controlli efficaci, è un obiettivo sottoscrivibile. A meno di non voler gettare le basi di una nuova stagione di autoritarismo.


Come andrebbe usata la comunicazione in politica?


Messa così, verrebbe fatto di stilare un catalogo di buone intenzioni. Ma a cosa servirebbe? La comunicazione oggi è un’arma essenziale nel conflitto per il potere; non c’è da stupirsi se tutti gli attori politici cercano di piegarla ai propri scopi.

Il guaio è che si è creato una sorta di circolo chiuso fra politici e giornalisti “che contano” che pratica una sistematica esclusione dai circuiti informativi e di dibattito di tutte le presenze, e le voci, scomode. In questo modo si sta distruggendo qualsiasi traccia di effettivo pluralismo culturale, e la democrazia ne scapita.

Internet è visto da molti come il rimedio a questo oligopolio, ma presenta un difetto opposto: essendo aperto a tutti, produce un’offerta sovrabbondante in cui è problematico orientarsi. Nel coro caotico, non si riesce ad essere ascoltati se non dalla cerchia dei fedelissimi. E il problema non si risolve.


Cosa pensa del fenomeno mediatico Casaleggio - Grillo?


Con tutti i suoi limiti e difetti, è un elemento di vitalità nel quadro stantio nel quale la politica è precipitata in Italia.

Le provocazioni di Grillo a volte colgono i bersagli giusti, a volte no, ma se non altro scalfiscono in alcuni punti il muro del “politicamente corretto”, e non stupisce il fatto che irritino tutti i custodi dell’establishment, a partire dalle più alte cariche dello Stato.

Di questi tempi, incursioni di questo tipo mi paiono salutari, al di là dei risultati concreti che i “grillini” otterranno una volta che la loro presenza nelle istituzioni rappresentative si sarà rafforzata. Non mi faccio illusioni, ma coltivo una curiosità.


Renzi è un fenomeno, una novità o un giovane vecchio?


È un ambizioso che spariglia alcuni giochi. Ha molto più senso del marketing che solidità di convinzioni e programmi, ma punta su una capacità di attrazione trasversale rispetto agli inariditi fronti del bipolarismo che potrebbe assicurargli una quota di consensi molto alta, se riuscisse a sconfiggere Bersani nelle primarie.

Impresa peraltro difficile, perché nel Pd e più in generale a sinistra molti lo detestano poco meno di Berlusconi. Come, e assai più, che nel caso di Grillo, c’è da dubitare di ciò che saprebbe fare in concreto se accedesse ad un ruolo di governo, ma i suoi concorrenti non mi sembrano di caratura superiore.

La botte dà il vino che ha, e l’Italia politica odierna è questa.


Se nel paese le cose vanno male, i grandi della terra non è che se la passino bene. Penso all'egemonia degli Stati Uniti: le tanto attese (ed organizzate) primavere arabe, si stanno trasformando, per loro, in incubi autunnali. Cosa ne pensa?


Quel che è certo è che, all’indomani del crollo dell’Unione sovietica, gli Stati Uniti si erano immaginati un percorso rettilineo e non troppo accidentato verso il dominio in un mondo unipolare.

Le cose sono andate diversamente, soprattutto dalla sciagurata guerra all’Iraq in poi, ma anche prima, con l’avventurosa spedizione in Somalia i dissennati bombardamenti di Clinton in Africa per mostrare i muscoli ad Al Qaeda, l’aggressione della Nato alla Serbia per il Kosovo. Dall’11 settembre in poi, gli Usa si sono impantanati in Afghanistan e la loro strategia si è fatta incerta.

Da europeo consapevole, ritengo che gli interessi del Vecchio continente siano concorrenziali – e talvolta configgenti – con quelli della potenza d’oltreoceano, e detesto il ruolo di vassalli che molti paesi d’Europa, fra cui l’Italia, hanno assunto nei confronti delle amministrazioni di Washington. Sono un convinto assertore di un sistema internazionale multipolare e mi auguro che nei paesi arabi la linea di autonomia prevalga su quella collaborazionista del Qatar e dei suoi satelliti.

Ma sono anche realista, e credo che gli Usa, in accordo con Israele, abbiano ancora molte carte da giocare – prima fra tutte l’attacco all’Iran – per puntellare la propria egemonia. Che, in prospettiva, vedo molto più minacciata dalla Cina.


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