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I peggiori nemici? I collaborazionisti
di Giuseppe Reguzzoni 19/7/2013
 
 
I peggiori nemici? I collaborazionisti

Volentieri acconsento alla pubblicazione del mio intervento nella Conferenza Stampa di presentazione dell’iniziativa ICEC, che ha avuto luogo a Varese il 6 luglio scorso. Ringrazio chi si è preso la briga di sbobinare e trascrivere il tutto, che lascio così com’è, salvo alcuni, piccoli ritocchi marginali. In questo caso, il “parlato” testimonia quel pezzo di vita e quel contesto, di cui conservo un bellissimo ricordo.

Giuseppe Reguzzoni

 

«All’inizio di questa conferenza stampa avrei voluto salutare come si deve, e cioè nella loro lingua, gli amici della Südtyroler Freiheit. Allora permettetemi di richiamare la parola “autodeterminazione” così come suona in tedesco, “Selbstbestimmung”, che alla lettera significa “decidere da sé e di sé”. Il riferimento ci aiuta a capire che la parola autodeterminazione ha a che fare con la vita quotidiana, perché significa decisione di sé e della propria vita. Noi pensiamo l’autodeterminazione come una cosa astratta, lontana, un concetto giuridico; in verità, il concetto è lo stesso in lingue diverse, significa poter decidere del proprio presente e del proprio futuro, non demandarlo più a nessun altro. Per quel che mi è umanamente dato, la mia vita è mia e la gestisco io nelle scelte che a me competono. Non deve essere un altro a decidere per me, da lontano, che cosa devo essere io e quale deve essere la mia identità.

Non a caso l’autodeterminazione è uno dei diritti fondamentali dell’uomo. Per certi versi, l’autodeterminazione è il principio di tutela della libertà politica: se non c’è quella non ci sono neanche le altre libertà.

Noi viviamo in una democrazia che è illusoria, falsa. Siamo in un paese dove si possono esporre delle rane crocifisse, coprire di sperma il volto della Madonna, com’è successo a Bologna, ma non si può dire che cosa è questa Repubblica perché ti danno mille euro di multa. Non si può dire una parola sul presidente della Repubblica perché è vilipendio al capo dello stato.
Ora, questo è un paese dove la libertà da molto tempo è limitata: noi siamo liberi per quel che ci dicono che possiamo essere liberi. Grazie. Questo è esattamente il totalitarismo debole, soft. C’è una dittatura forte, e ci sono delle dittature più soft, più deboli, più leggere, dove ti fanno credere di essere libero perché puoi fare certe cose, ma ti escludono da altre.
Per quel che riguarda l’ambito politico, che è l’ambito di convivenza quotidiana, l’ambito di gestione dei nostri rapporti, la parola d’ordine non può che essere autodeterminazione.
Evidentemente questa parola dà fastidio perché la parola autodeterminazione ci dice che viviamo in uno Stato che è una costruzione artificiale. E’ stato fatto a tavolino nell’Ottocento dai grandi poteri, ce l’hanno lasciato, continua ad andare avanti, ed è uno stato che non è un’altra cosa dalla casta. La casta e lo Stato in Italia sono la stessa cosa: un sistema che serve a mungerci, e mungendoci ci tolgono la libertà, perché poi questo è il vero obiettivo.

Ti tolgono la coscienza di quel che sei per impedire che in qualche modo tu possa gestire il tuo futuro, il tuo presente, ma anche la tua economia, la tua politica, il tuo lavoro. Ti tolgono risorse.
In questo senso la parola autodeterminazione non è qualcosa che riguarda solo i Catalani o i Tirolesi, ma riguarda anche noi. E’ una questione di maturità dei popoli. Ci sono popoli che sono un pochino più avanti e altri su questo sono un pochino più indietro perché dormono ancora. I Catalani si sono svegliati, i Tirolesi anche e hanno fatto il botto con la famosa “notte dei fuochi”.
Noi lombardi, diciamocelo, dormiamo ancora. Dormiamo, anche se la crisi un po’ ci sta aprendo gli occhi. Fino a poco tempo fa era difficile trovare un lombardo che volesse fare il postino, adesso c’è la coda, solo che, chissà perché, c’è sempre qualcuno che ci passa davanti. Fino a poco tempo fa c’erano lavori da ogni parte, adesso tutti ci passano davanti perché abbiamo questo stato artificiale che gestisce le relazioni e il potere in base a convenienze elettorali.
Dentro a questo sistema i peggiori nemici non sono nemmeno quelli che sono a Roma, che si identificano con la casta. No. I peggiori nemici sono i collaborazionisti, cioè quelli che ci danno l’illusione di portare avanti un messaggio autonomista, che si riempiono la bocca di parole magiche, e poi, siccome gli interessa solo prendere il tuo voto, una volta che ce l’hanno, si siedono a tavolino e si spartiscono le cadreghe coi loro amici di Roma, e magari anche di un po’ più giù. Ora, questo sistema va scalzato. Va abbattuto. C’è un livello di corruzione del sistema statale che non è più riformabile. Continuano a raccontarci che bisogna riformare il sistema perché si vuole semplicemente perpetrarlo. Perché si vuole ancora che questo modello, in cui noi non siamo completamente liberi, vada avanti. Il federalismo non è lo Stato che ci concede qualche cosa, ma siamo noi che ci mettiamo insieme e facciamo lo Stato come lo vogliamo noi.
Serve una rottura. Non ci sono altre strade in questo momento. Abbiamo visto quanta gente si è venduta e si sta vedendo: non ci sono altre prospettive. Per arrivare a una rottura bisogna cambiare il modo di pensare, la mentalità. La consapevolezza è contagiosa. È questo è già un motivo per fare partire questa raccolta di firme. Ogni volta che la proponiamo, cresce la nostra consapevolezza e c’è qualcuno che, a sua volta, l’acquista. Il Potere ha paura di questo. Il Potere vuole che non si sappia nulla e che si continui a dormire. Invece noi ci stiamo svegliando, e questa iniziativa ne è il segno».

Giuseppe Reguzzoni

Il servizio della tv locale di Varese, Rete 55, sulla conferenza stampa del 6 luglio scorso


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