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Storie vere di piccola sanità del Nord. Cittadini di serie A e B
di Agilulfo 28/6/2013
 
 
Storie vere di piccola sanità del Nord. Cittadini di serie A e B

È una storia vera. Una donna, operata qualche anno fa di tumore al seno, si reca in un ospedale piemontese per effettuare degli esami di controllo. Dall'operazione in poi, e dopo una lunga chemio, ogni anno deve effettuare mammografia, pap test, ed altri esami, su consiglio dell'oncologo.
Arrivata in ospedale effettua il pap-test dopodiché le viene comunicata la data di ritiro dei referti, insieme ad una novità: anche se esentata abitualmente dal ticket per gli esami che riguardano cura, prevenzione, follow up della patologia acuta che l'aveva colpita, per questo esame, probabilmente, da oggi in poi dovrà pagare il ticket. È una nuova normativa della sanità piemontese che lo prevede, mentre il test è gratis per le extracomunitarie. La signora dice al medico che si sottopone a questo esame annualmente in seguito alla patologia avuta, su consiglio dell'oncologo, e non perché colpita da ipocondria. Il medico risponde che se non vuole pagare può effettuare il controllo con il programma di screening "prevenzione serena" con il quale può sottoporsi allo stesso esame ogni 3 anni, oppure recarsi in altre regioni, dove non vige (ancora) questa normativa, ad esempio in Lombardia. Dunque, per farla breve: controllo antitumorale ogni TRE anni, quasi che l’assessorato alla sanità della regione Piemonte ignori i tempi di diffusione di un tumore. Ma forse i tumori delle donne italiane hanno una velocità diversa da quelli dei cittadini extracomunitari (e non si parla qui di norvegesi e giapponesi). Succede, oggi, nel moderno Piemonte a guida leghista. Tra Novara e Vercelli ...

Anche questa è una storia vera. Una madre, italiana, si reca all’ambulatorio odontoiatrico dell’ospedale di Gallarate, Lombardia profonda, dove le ASL sono a guida PdL e Lega, da sempre. I suoi due figli hanno una grave disfunzione ortodontica. Lei è impiegata part time e a contratto, a ottocento euro lordi al mese. Il marito è in cassa integrazione. Soldi ce ne sono sempre meno. Privatamente lo stesso intervento costerebbe almeno quattromila euro a testa. In totale fa ottomila. Presso la ASL, tra ticket, contributi e balzelli, si potrebbe spendere la metà. Prende appuntamento. Glielo danno, nel marzo 2011, per il marzo 2012. Pazienta un anno e ritorna. Visita di controllo, preventivo e appuntamento successivo a novembre 2013. Ritorna, ma questa volta chiede perché i tempi sono così lunghi. Le donne lombarde sono remissive, ma anche loro si fanno delle domande. Le rispondono che l’ambulatorio è sempre pieno di emergenze e che per le visite e le cure ordinarie rimane pochissimo tempo. L’aveva già notato: la sala d’attesa è strapiena di donne velate con figli al seguito, tutti esenti da ticket. Mentre parla con l’infermiera al bancone, entra una signora, forse marocchina, e, in un italiano stentato, grida che aspetta già da un’ora. Le chiedono di pazientare. Urla di più e irrompe nell’ambulatorio medico. Lo specialista abbozza una reazione, poi ci ripensa, e la fa accomodare sulla poltrona libera. L’infermiera scuote la testa e guarda la madre dei due figli con le lacrime agli occhi. Sottovoce, molto sottovoce, le dice che è così tutti i giorni, se non peggio. La madre ascolta in silenzio, va a pagare il ticket e torna a casa. Appuntamento a novembre 2013. Sei mesi dopo ... nella Lombardia che si prepara a EXPO 2015 e si riempie la bocca con la macroregione che non interessa a nessuno.


Agilulfo


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