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Gli stati non sono eterni, è l’ora della libertà dei popoli.
di Stefania Piazzo 28/6/2013
 
 
Gli stati non sono eterni, è l’ora della libertà dei popoli.

“Ho sette passaporti di diversi stati che amo'' perché sono ''un uomo libero e cittadino del mondo''. Dopo la lite con il governo francese e il passaporto russo in tasca, Gerard Depardieu, 64 anni, si racconta in una lunga intervista a “Le Journal du Dimanche (JDD)” rendendo onore al suo ''spirito teppista''.

Che c’entra Depardieu con la libertà dei popoli? Diciamo proprio nulla, per niente, ma mi ha colpita il principio. Non si è prigionieri di uno Stato. Questo principio è universale, non è né di destra né di sinistra, appartiene alla sfera delle libertà, non delle ideologie. C’è chi vuole sfuggire ad una tirannia fiscale, chi vuole mettersi al riparo da altro, chi infine vuole rivendicare la propria legittima autodeterminazione.


Il Nord, anzi la Padania, c’ha provato. E’ stato un treno perso. Erano gli anni in cui essere federalisti significava modernità e un passaggio per la libertà. Ora, il federalismo è una favola di Esopo. Federalismo federalismo, dice il pastorello…. ma nessun lupo è passato a mangiarsi il centralismo. Ricostruire una battaglia diventa faticoso se non si hanno un paio di ingredienti: la cultura, la scuola, un leader, l’informazione. Chi ha avuto al Nord i voti per costruire questo sistema, ha gettato tutto alle ortiche, utilizzando con maldestria la cultura, la comunicazione, l'educazione. Siamo dunque all'anno sottozero di una rinascita possibile.
Di indipendenza e autodeterminazione oggi non parla quasi più nessuno e chi azzarda, è un’isola felice di confronto da cui ripartire. Perché la storia farà pure un giro lungo anche questa volta ma, prima o poi, arriverà a destinazione.

Ecco, in Europa la storia sta compiendo percorsi diversi, attraversa consapevolezze diverse, mutuate da oggettive condizioni ambientali diverse dalle nostre. Oggi essere indipendentisti è un po’ come essere vegani. La libertà dei popoli, rispetto al carrello della spesa vuoto difficile da riempire, non è in cima alle priorità. Esopo insegna che a furia di dire padroni a casa nostra, il tema dell’autodeterminazione ha esaurito l’energia per sfondare. La massa d’urto dei consensi è stata utilizzata per riempire la gerla dei partiti.
I partiti non sono eterni, hanno un loro ciclo vitale, lo stiamo vedendo. Ma le questioni irrisolte, come quella settentrionale, è attuale. Il punto è che nessuno, ad oggi, ne ha incarnato con la trazione cultura-comunicazione-partito il suo culmine egemone. E all’estero?
Sono più bravi di noi? Hanno una borghesia più coraggiosa? Hanno una classe dirigente meno borbonica?
Hanno una sinistra che non ha affossato la devolution? Una destra più liberale?

“Le Regioni che abbiamo costruito non sono né quelle che volevamo né quelle che potevano servire all’Italia. Sono dei corpi asfittici… Si è realizzato il peggiore dei mondi possibili”. Quando a scriverlo nel 1990 era Giuliano Amato, nel ventennale del parto delle regioni, si leggeva già allora dell’”interesse nazionale che penetra ovunque” o dell’inesistente “indirizzo e coordinamento che ha sostituito le circolari dei prefetti, i poteri sostitutivi senza confini. E il corpo delle Regioni vi apparirà ridotto a piccoli brandelli”.
A 23 anni di distanza, il processo di devolution-revolution è morto. Seppellito da destra e da sinistra ma soprattutto smorzato dalle contraddizioni dei cosiddetti “padani” della politica. Inutile soffermarsi su questo, si parla del passato e l’acqua sotto i ponti non torna indietro.
Intanto non si sta a guardare.

C’è un processo di fermentazione che arriva dal basso, come tutte le rivoluzioni. L’autunno scorso, nei Paesi Baschi due partiti indipendentisti hanno fatto “cappotto”, col 60 per cento dei consensi.

Il partito nazionalista basco ha conquistato 27 su 75 seggi al Parlamento, altri 21 se li è presi quello più secessionista, Eh Bildu. Pure la Catalogna frigge. Elezioni e poi referendum per l’indipendenza. Nonostante a novembre sia stata sfiorata la meta della maggioranza assoluta per il partito di Artur Mas, il Parlamento catalano nel gennaio scorso ha approvato a maggioranza (85 contro 44) la dichiarazione di sovranità. La Catalogna si è autoproclamata ”soggetto politico e giuridico sovrano”. Il voto, perché servono le alleanze per arrivare alla meta, li hanno portati i centristi di Mas di CiU, Esquerra Republicana, Iniciativa e Cup. .

Questa è una via per l’indipendenza, che passa attraverso il referendum previsto nel 2014 per il distacco da Madrid. Nel settembre 2012, un milione e mezzo di persone erano scese in piazza, su iniziativa dell'Assemblea Nazionale Catalana, accanto a Convergenza e Unione (di centro), Iniziativa per la Catalogna Verde, Sinistra Repubblicana di Catalogna, e Solidarietà Catalana per l'Indipendenza.
Un cartello di partiti. Perché la via della libertà passa per la trasversalità di un progetto. Oggi, nel nostro Nord, che trasversalità esistono? In Lombardia con Fratelli d’Italia? In Piemonte col Pdl? In Veneto col Pdl? O, in futuro, con Renzi? O con nuove alleanze attraverso i cartelli delle listone civiche modello Csu, dove convogliare dalla destra più radicale al centro postdemocristiano le istanze autonomiste? .

Una delle regioni della tanto annunciata macroregione topografica, si è forse autoproclamata sovrana? Il Veneto il prossimo ottobre sarà chiamato a esprimersi in un referendum consultivo. E’ un passo importante. Ma se resta isolato a che servirà? In Lombardia il referendum di Color44 di analogo tenore troverà in Consiglio regionale lombardo il medesimo spazio dato da Zaia in Veneto?

E che ne sarà nel settembre 2014 di un altro referendum indipendentista, quando sarà la Scozia a poter dire ciao alla Gran Bretagna grazie alla volontà del premier scozzese Alex Salmond, il leader di Snp (Scottish national party)? Dal riconoscimento nel 1999 del proprio parlamento, in poco più di un decennio si è arrivati ad un passo dalla consultazione, che renderebbe libera la Scozia a partire dal 2016.

Catalogna, Paesi Baschi, Scozia. Sono sogni seminati però sul terreno di una autorevolezza politica. Di una onestà nel dire perché innanzitutto siamo costretti a vivere in un’Unione Europea figlia di un colpo di stato, nata senza referendum ma per annessione dei partiti ad un progetto di controllo finanziario delle sovranità. Una volta servivano i carri armati, ora bastano le banche centrali e il fiscal compact.

L’unico movimento che si richiama sulla carta all’indipendenza, è dipendente da altro. Occorre in un certo senso affidarsi al pendolo della storia. Passerà dallo sdoppiamento dell’euro, già anticipato dai gestori finanziari che mettono al riparo nelle regioni dell’euro del Nord i risparmi dei loro clienti? Passerà per l’onda d’urto delle regioni più avanti di noi rispetto ad un progetto di autonomia? Passerà per un milioni di firme per l’autodeterminazione promosso dall’Icec?

Gli stati non sono eterni, anche se si autocelebrano ogni anno con le parate, fregandosene dei morti dei terremoti, preferendo lo sfilare allo spalare.

La prima autodeterminazione se l’è intanto ritagliata la rete, il solo spazio di libertà per ora consentito. Sarà lì che viaggeranno le idee, che si costituirà il fronte partigiano della nuova resistenza. Il resto sono comparse mediocri con data di scadenza.


Stefania Piazzo


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