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Drammatico scenario economico...le origini
di Pietro Reina 12/10/2012
 
 
Drammatico scenario economico...le origini

Con questo articolo voglio affrontare sinteticamente il tema del giorno che più attanaglia l’opinione pubblica: il drammatico scenario economico che si sta rappresentando in Europa ed in particolare in Italia. E lo voglio fare cercando di andare alle origini del problema, o perlomeno, quello che io ritengo esserne le origini.

E’ sotto gli occhi di tutti che la crisi economica che l’occidente sta vivendo e con esso le nostre regioni Padano-Alpine, è caratterizzata in ultima analisi dalla quasi impossibilità da parte delle nostre aziende di far fronte alla concorrenza sleale dei paesi emergenti, Cina in testa. I fallimenti e le chiusure di aziende grandi e piccole del nostro territorio sono ormai la quotidianità.

E’ ben vero che in questi ultimissimi anni, la crisi ha preso una piega di sapore “finanziario”, con banche sull’orlo del fallimento (vedi Spagna), con Stati indebitati fino al collo grazie anche a tassi di interesse da usura pretesi dalle banche internazionali per rifinanziare il debito pubblico (vedi Irlanda, Portogallo, Spagna, Grecia, Italia), con chiusura delle linee di credito alle imprese in crisi di liquidità. Ma il malessere di base è sempre il medesimo: l’impossibilità di tener testa da parte delle nostre aziende ai prezzi praticati da Cina e company. Ed è un fatto che, quando il prodotto nazionale risulta invenduto, lo spettro del fallimento si presenta in men che non si dica: I lavoratori vanno in cassa integrazione aggravando il bilancio dello Stato e le entrate dello Stato stesso diminuiscono enormemente essendosi contratti pesantemente consumi, attività, redditi.

L’aspetto “finanziario” della crisi dunque è una faccia del medesimo problema e cioè quello di aver spostato dall’altra parte del mondo la produzione dei beni di largo consumo. In buona sostanza, quando le banche si sono trovate a corto di industrie da finanziare, si sono “dedicate” prima al credito al consumo con dubbi risultati e successivamente alla finanza “creativa”, quella cioè che ha prodotto grossi guai finanziari a privati ed enti locali che tutti conosciamo.

In sintesi, la scelta di portare, nel giro di pochi anni, la produzione fuori dall’Europa ha generato lo smantellamento del nostro apparato produttivo e messo in crisi profonda il sistema bancario.

Per quale ragione l’Occidente ha fatto questa scelta? La risposta è più semplice di quel che pensi: per cupidigia e per poca lungimiranza.

La cupidigia fa parte dell’essere umano, in questo caso lusingato dalla prospettiva di avere: lavoro fornito dalla Cina a prezzo infimo, tecnologia occorrente già pronta evoluta e sperimentata in occidente in secoli di duro lavoro ed infine il mercato degli stessi paesi occidentali pronto ad accogliere i prodotti finiti. Naturalmente praticando prezzi da paesi occidentali. L’affare del secolo per il grosso capitale è stato così assicurato.

Anche la poca lungimiranza fa parte dell’essere umano, ma è di gran lunga la meno tollerabile perché sinonimo di stupidità. Autentica stupidità ascrivibile in questo caso a quella massa di politici, economisti, professoroni e ascoltati opinionisti di destra e di sinistra che hanno assecondato le voglie del grosso capitale e che hanno così spinto i loro paesi nella palude in cui oggi si trovano. Italia in testa.

E che si tratti di vera palude da cui diventa ogni giorno sempre più difficile uscirne non vi è alcun dubbio: non è dato sapere su che cosa sia basata la tanto sbandierata speranza della fine dalla crisi: forse sul buon cuore della Cina e dell’India che decidono seduta stante di non più esportare da noi a prezzi irrisori? O forse sul fatto che l’Europa sta pensando seriamente di mettere adeguate protezioni doganali? Non mi pare proprio. I soliti Soloni dell’economia, coloro che hanno contribuito a realizzare simili disastri, si sono spinti oltre: hanno proposto alla Cina, non più di pochi mesi fa, di acquistare parte del debito pubblico italiano. In questo modo la Cina, oltre a controllare il nostro mercato come già avviene e ad avere dalla sua un trattato internazionale sul commercio che la favorisce enormemente, si troverebbe anche padrona dello Stato italiano e arbitro delle sue scelte future.

E stata comunque una scelta da cui ben difficilmente potremo uscirne decentemente. Il perché è presto detto: quando una comunità smette di produrre risulta ben difficile che in un futuro prossimo possa ricominciare: essa perderà via via sempre più le sue capacità originali. Al contrario, Cina e India stanno affinando sempre più le loro modalità produttive a tal punto che , tra loro e noi, si formerà in breve tempo, un gap tecnologico incolmabile. E’ quello che già sta avvenendo in alcuni settori produttivi di punta come l’elettronica e la cosa si allargherà presto anche ad altri settori vitali se non abbiamo il coraggio di congelare, di fermare, di vagliare pesantemente gli scambi ed avviare un nuovo percorso di politica estera.

In assenza di coraggio da parte delle classi dirigenti non c’è prospettiva di cambiamento. E siccome il coraggio e la tenacia sono sempre state merci rare tanto vale non farci illusioni e lavorare affinché coloro che hanno portato al disastro il loro paese cambino mestiere dalla prossima tornata elettorale e affinché l’assetto istituzionale italiano venga totalmente ridimensionato a favore di larghissime autonomie di quei territori altamente produttivi, come la regione Padano-Alpina, che non possono aspettare un minuto di più per uscire dalla palude, pena la distruzione in pochi anni di ciò che è stato costruito in secoli.


Pietro Reina


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