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Orgoglio della propria terra e delle proprietradizioni
di Luca Bertagnon 31/5/2013
 
 
Orgoglio della propria terra e delle proprietradizioni

Non si tratta di un semplice slogan ma della ricetta attraverso la quale reinterpretare i modi di vivere, di consumare e di produrre di ogni individuo, i modi di relazionarsi, di accogliere, di scoprire e di scambiarsi conoscenze ed esperienze. E’ un modo per rilanciare l’economia, liberandosi dagli stereotipi imposti dalla massimizzazione del profitto ad ogni costo.
Essere orgogliosi della propria terra e delle proprie tradizioni significa riconoscere i valori e le culture degli altri popoli, significa accettare il tribalismo dei popoli africani o il nomadismo degli Inuit, significa rispetto delle popolazioni indigene dell’amazzonia, tolleranza delle minoranze, umiltà e rispetto nel rapporto con altre culture.


Tale approccio si contrappone nettamente alla falsa propensione all’accoglienza che ha caratterizzato l’Europa negli ultimi 30/40 anni. Si è trattato infatti di un’accoglienza pelosa, da parte di una cultura egemone (o presunta tale) tutta concentrata sulla forza di una paventata superiorità economica e culturale, considerata imbattibile ed intangibile.

Da un lato, attraverso economia e progresso, ci si poteva permettere di abdicare alla memoria ed al ‘passatismo’ della tradizione, considerato erroneamente antimoderno ed ostacolo al progresso. Parallelamente si è aperto ’democraticamente’ ad altri popoli, non con l’idea di un proficuo scambio tra culture differenti e soprattutto senza la determinazione di un solido radicamento alle tradizioni, ma con l’arroganza di una effimera superiorità economica e culturale.

Troppo tardi ci si è accorti che l’economia non è bastevole, è fluttuante, si evolve e soprattutto vale poco, molto poco se non è supportata dalla solidità dell’identità e della cultura di un popolo, data dalla memoria e dall’identità.


Ci si è così trovati nelle condizioni di accogliere altre culture senza la disponibilità d’animo a difendere la propria, con il paradosso di essere condizionati dalle minoranze che con forza riescono ad imporre i propri modi di vita e di relazione. Ciò comporta non già un proficuo scambio ed una pacifica convivenza, determinata dalla consapevolezza delle ragione della propria identità, ma piuttosto un inevitabile annacquamento di principi, regole e memoria. Si tratta di una diluizione dei valori fondanti incoraggiata dalla debolezza della politica e dalla supremazia di una finanza ottusa e vorace, che vede nel mondialismo e nella globalizzazione, l’ennesima occasione di profitto.


L’eradicazione della memoria non è semplicemente il risultato di azioni sbagliate o di scelte superficiali, ma è piuttosto una strategia pianificata, portata avanti nella convinzione che, eliminando i riferimenti alle radici ed alle tradizioni dei popoli, si riesca ad imporre una dittatura economica mondiale, altrimenti definita globalizzazione.

Alleati, spesso inconsapevoli, dell’oligarchia finanziaria, sono proprio i gruppi e gruppuscoli, più o meno violenti, che professandosi contrari alla globalizzazione (spaccando le vetrine delle banche e accanendosi contro i simboli del lusso) non fanno altro che alimentarla attraverso il mondialismo e soprattutto attraverso la negazione della memoria, dell’identità dei popoli e delle tradizioni.
Memoria, identità e tradizioni, che custodiscono preziosamente gli ideali e le aspirazioni dei popoli, rappresentano l’unica invincibile arma capace di opporsi ad un potere fondato sul denaro e sul profitto, a vantaggio di pochi. Storia ed identità assumono quindi, in questa società omologata ed impoverita, i connotati della resistenza e della ribellione e costituiscono la vera arma per insorgere.


Luca Bertagnon


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