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Lettera di un (ex) sindacalista
di N.Z. 17/5/2013
 
 
Lettera di un (ex) sindacalista

Non sto bene. Davanti a quel bar, quella mattina tragica, sarebbe potuta esserci mia figlia. Sta facendo il tirocinio all’ospedale di Niguarda, e spesso ha i turni presto. Ma non è solo questo; è che io Mada Kabobo posso dire di averlo conosciuto. Era uno dei tanti che affollavano il nostro ufficio. Arrivano a gruppi, spesso appena buttati fuori di galera. Ce li portano al nostro sportello stranieri, al sindacato, dicendoci che la polizia gli ha messo in mano il foglio di via. Una pratica tra le tante, da noi di stranieri così ne passano centinaia tutte le settimane e, in genere, riusciamo a mettere a posto le carte di tutti.

In Ghana le cose non vanno male, come in molti altri paesi africani. Fuggono dalla miseria, e inseguono il sogno di una felicità facile, che, invece, qua non trovano. Quando c’è bisogno, non ci vuole molto a tirare fuori qualche motivazione per la richiesta di asilo politico. L’Africa è una miriade di realtà tribali tutte in lotta tra loro e quindi lì sono tutti minoranze perseguitate. Ce lo hanno spiegato più volte, ai nostri incontri di formazione. Stavolta però è diverso. Perché io me lo sentivo che tra i tanti che avevo davanti, c’era un Mada Kabobo. Capita che in alcuni di loro ci sia qualcosa di strano, ci parlano con prepotenza, non chiedono, urlano. C’è quasi sempre un Mada Kabobo che entra, si siede, si guarda intorno spaurito e grida che lui vuole il permesso di soggiorno, che gli italiani sono razzisti. E noi a dirgli che sì, gli italiani sono razzisti, ma non tutti. Che noi eravamo e siamo loro compagni, che per noi non ci sono confini e passaporti. Il Kabobo di turno, ridacchia, sotto la bandiera arcobaleno, ma, poi, d’un tratto, si fa silenzioso, e grida ancora, e chiede soldi.

Sappiamo che molti di loro che spacciano e rubacchiano. Sappiamo che dietro ci sono degli italiani, pronti a tutto. Mi hanno detto che uno di noi ha parlato con Kabobo, che gli ha detto di piantarla, che la cosa si stava facendo grossa. So che una volta ha alzato le mani su una compagna, ha cominciato a palpeggiarla, e lì gliele hanno cantate, gli hanno detto che doveva aiutarci, che le donne vanno rispettate. E lui giù a ridere. I Kabobo entrano e escono di galera, e noi ogni volta li aiutiamo. Non so nemmeno io come faccia il Sindacato a permettersi tutte quelle spese legali. Ricordo la festa che abbiamo fatto quando Laura è stata eletta alla presidenza della Camera. C’è aria nuova, ci siamo detti.

Poi i tre morti di Niguarda. Tu lo sai, le nostre strade si sono divise anni fa, almeno politicamente. Io sono entrato nel sindacato come militante, perché ho creduto nella giustizia. C’eri anche tu, quando ascoltavamo la Locomotiva di Guccini, e ci sentivamo fremere di rabbia contro i padroni. Era tanti anni fa. Io sono rimasto, tu hai percorso altre strade, ma mi sei rimasto amico. Te l’ho detto, non sto bene. Non è solo il sangue sull’asfalto, è che è sangue di disoccupati, di poveri cristi, di compagni, per i quali abbiamo cominciato a lottare.

Non sto bene perché non so da dove arrivano i soldi per gestire siti internet, documenti, avvocati. Perché quando entra un disoccupato non sappiamo che cosa dirgli. Perché gli ordini sono altri. Perché so che il tipo che a Londra gestisce le nostre pagine web è un porco borghese, pieno di soldi. E non ho iniziato a lavorare per il sindacato per questa gente. Siamo partiti insieme, ricordi, gli anni di oratorio alla fine degli anni Settanta. Don Marco e la teologia della liberazione, la comunità di base e la critica di tutto e di tutti. Diceva che la Chiesa ha perso i lavoratori, ma ora i lavoratori li abbiamo persi noi, e abbiamo perso anche i disoccupati, i nostri. Siamo diventati gli impiegati di un potere occulto, e certe volte mi faccio schifo. Comunque, a te lo dico, da domani sarò disoccupato anch’io.

Ho chiesto di cambiare ufficio, di passare degli “stranieri” a qualunque altra cosa, pensioni, riscatti, dopolavoro ... mi hanno riso in faccia, e, dopo due ore, mi sono ritrovato nella cassetta personale, la lettera della mobilità. Meglio così, anche se non sarà facile. Non riesco a dormire, e non perché il sindacato mi ha lasciato a casa dopo vent’anni di lavoro regolare e dieci da volontario. Non riesco a togliermi dalla testa l’immagine di quella macchia di sangue sull’asfalto, un fiume di vergogna e di schifo. Io lo conoscevo. Lì dentro lo sapevamo tutti che per quelli come Mada Kabobo la cosa migliore sarebbe stata tornarsene a casa. Ma nessuno osava dirlo, o anche solo accennarlo. La foto di Niki che alza le mani di Laura sopra la parete bianca, vicino una bandiera rossa e un vecchio manifesto del Sessantotto ... Pacchi di dépliant e guide in una decina di lingue su come cavarsela tra prefettura, ufficio stranieri, questura e carabinieri. Io, però, non so come cavarmela con me stesso. È come se quel sangue sull’asfalto ce lo avessi addosso io.


A presto, tuo N.Z.


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