Nuovo aggiornamento
Vignette
Barconi e terrorismo: Alfano rassicura...

Storico Vignette

Lavagna
News > Ambiente > Un nuovo rapporto uomo – natura

Un nuovo rapporto uomo – natura
di Eduardo Zarelli 17/5/2013
 
 
Un nuovo rapporto uomo – natura

Una delle conseguenze più significative della cosiddetta Rivoluzione scientifica del XVII secolo è stata, insieme all’avvento di un nuovo paradigma culturale basato sul razionalismo, sul meccanicismo e sulla manipolazione delle cose («sapere è potere», sentenziava Francis Bacon), la diffusione ora esplicita, ora strisciante, di una filosofia riduzionista, secondo la quale è possibile considerare la parte e agire su di essa indipendentemente dal tutto.

Non si tratta di una filosofia teorica alla quale si possano ricondurre, come per ogni altra filosofia, sviluppi positivi o negativi, a seconda di come li si voglia interpretare; perché i suoi effetti sono sempre e comunque negativi, se non nell’immediato, certamente nel medio e lungo periodo. E ciò per un duplice ordine di ragioni: teoriche e, appunto, pratiche.

Teoriche, perché qui ci troviamo di fronte ad uno dei pochi casi in cui si può oggettivamente giudicare, «sine ira et studio», che ci troviamo di fronte ad una filosofia erronea, cioè smentita non sul piano concettuale, il che è sempre opinabile, ma da tutta una lunga serie di fatti, di osservazioni e di risultanze scientifiche. E le applicazioni concrete di una filosofia sbagliata non possono che risultare di segno negativo. Pratiche, perché la filosofia riduzionista, a differenza di altre, rivendica e pone al centro, per così dire, del proprio programma, l’opportunità, la liceità, finanche il dovere di intervenire sul piano pratico e operativo.

Ebbene il riduzionismo è stato il maggior responsabile dell’errata impostazione del rapporto uomo-natura, sia all’interno del proprio stesso corpo (con la medicina positivista, largamente basata su farmaci di sintesi chimica, sulla radium terapia e sulla chirurgia, oltre che con la cosiddetta ingegneria genetica), sia rispetto alla realtà esterna (interventi invasivi nell’ambiente naturale, impiego massiccio della chimica in agricoltura, produzione di organismi geneticamente modificati e perfino di chimere, creature basate sulla mescolanza del patrimonio genetico fra diverse specie vegetali e animali). Al riduzionismo dobbiamo, per esempio, il disastro del Vajont, quando venne costruita una colossale diga ai piedi di una montagna soggetta a fenomeni franosi (lo dice perfino il nome: Monte Toc!), oppure l’essiccamento e la morte biologica del Lago d’Aral.


Ma c’è un altro aspetto della questione da considerare, ossia il riduzionismo come nemico dichiarato della biodiversità e, quindi, come uno dei più potenti fattori di impoverimento delle specie viventi, con tutti gli effetti negativo che ciò inevitabilmente comporta, visto che la biodiversità è ormai unanimemente riconosciuta da tutti gli scienziati di ogni tendenza come il bene più prezioso da salvaguardare a livello ecologico.


Un tipico esempio di immissione sconsiderata di una specie animale fuori del suo habitat è quello del «Silurus glamis», noto comunemente come pesce siluro, introdotto nelle acque fluviali e lacustri di molti Paesi dell’Europa occidentale, in Inghilterra, in Scandinavia, e persino nell’Africa settentrionale e nell’Asia occidentale fino al Lago d’Aral, mentre esso è originario della rete fluviale dell’Europa centro-orientale. In Italia la sua introduzione risale a circa mezzo secolo fa ed è stata dettata da ragioni legate alla pesca sportiva e all’interesse economico; ma ormai, con la sola eccezione - appunto - dei pescatori sportivi, si è giunti quasi unanimemente alla conclusione che sarebbe opportuna una sua totale eradicazione, specialmente dal bacino del Po. Si tratta di un pesce di notevolissime dimensioni (lungo, in casi eccezionali, fino a 280 cm.), voracissimo predatore, che si pone al vertice della catena alimentare e che ha talmente soppiantato le specie indigene, da costituire ormai il 27% della biomassa del nostro fiume maggiore.


Introdotto quando molte specie italiane, quali la tinca, il luccio e lo storione, erano in difficoltà a causa della canalizzazione e delle bonifiche, e quindi allorché gli ecosistemi fluviali erano in crisi per ragioni legate all’alterazione antropica, il pesce siluro si è diffuso enormemente, non trovando alcuna specie in grado di competere con esso, tanto più che il suo tasso di accrescimento è di molto superiore a quello dei pesci italiani. La sua presenza nelle acque della Penisola, e specialmente in quelle della Valle Padana, costituisce ormai il principale ostacolo alla loro auspicata rinaturalizzazione.

Chi ha fatto le spese di una introduzione invasiva di specie esotiche è stata la biodiversità. Si calcola che il pesce siluro sia divenuto la specie più rappresentata nelle acque del Po e di svariati altri fiumi non solo in termini percentuali della biomassa, ma anche come numero di individui; il che, dal punto di vista ecologico e particolarmente della tutela delle biodiversità, si può definire soltanto come una vera e propria catastrofe. La leggerezza, per non dire l’incoscienza, con la quale è stato introdotto - oltretutto per ragioni quanto meno discutibili - dovrebbe insegnare una maggiore prudenza a quanti ritengono di poter trapiantare e reinsediare nuove specie vegetai e animali da una parte all’altra del globo, come se fosse la cosa più semplice del mondo e come se non vi fosse sempre, presto o tardi, un prezzo da pagare, dato che in natura ogni insediamento di nuove popolazioni in un dato territorio è il risultato di un adattamento secolare, se non addirittura millenario, che coinvolge tutte le altre specie ivi presenti, non di rado con esiti che, da principio, sarebbero apparsi imprevedibili.

Si potrebbero fare molteplici altri esempi, a cominciare dal dramma ecologico delle Grandi Praterie nordamericane, la cui biodiversità è stata sacrificata dall’introduzione massiccia della monocultura cerealicola, che non possono essere considerati semplicemente come la testimonianza di eventi sfortunati e di malaugurate circostanze, né attribuiti unicamente all’ignoranza o alla sottovalutazione dell’impatto ecologico derivante dall’introduzione artificiale di specie viventi esotiche. Essi testimoniano piuttosto un diffuso atteggiamento di fondo della mentalità occidentale moderna, che è figlio della Rivoluzione scientifica del XVII secolo e particolarmente della formula faustiana di sir Francis Bacon, secondo la quale «sapere è potere»: ossia la conoscenza del mondo naturale deve trasformarsi immediatamente in disinvolta manipolazione di tutte le cose, a vantaggio esclusivo dell’uomo.

Ciò di cui la formula baconiana, che tanta fortuna ha fatto nei secoli seguenti e ne incontra ancora oggi, non tiene conto, è che l’uomo non può pensare di porsi al di fuori, e tanto meno al di sopra, del sistema della natura. Della natura egli è parte integrante, al pari di ogni altro vivente; dalla natura dipende per soddisfare i suoi bisogni e per ogni sua necessità. Dovrebbe pertanto essere intuitivo - e sorprende che ciò sia sfugga a tante menti scientifiche - che nessuna alterazione dell’ecosistema avviene senza conseguenze per l’uomo stesso, che di esso è parte e dal quale deriva le condizioni della sua sopravvivenza. Questa dimenticanza la dice lunga sulla dismisura del pensiero contemporaneo, tutto proiettato verso le logiche del dominio e della sopraffazione, ma così povero di capacità contemplativa, di empatia e reale azione di destino e civiltà.

Eduardo Zarelli


Seguici anche su:


 
Centro studi L'Insorgente © 2012 - 2014

Insorgente.com è la versione on line de “L’Insorgente”
Registrazione Tribunale di Varese n°846
Editore e proprietario “Centro Studi L’Insorgente” C.F. e P.IVA 95056410126