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Bobby Sands. Una scelta d’amore
di Agilulfo 3/5/2013
 
 
Bobby Sands. Una scelta d’amore

Il 5 maggio 1981 moriva nel carcere di Maze, a Long Kesh, Robert Gerard Sands, detto Bobby, attivista della Provisional Irish Repubblican Army ed eletto al Parlamento britannico, proprio mentre era in prigione. Bobby Sands morì per le conseguenze dello sciopero della fame, iniziato, con i suoi compagni di lotta, per protestare contro il regime carcerario cui erano sottoposti i detenuti repubblicani irlandesi. Altri nove membri della resistenza irlandese morirono dopo Bobby Sands tra maggio e agosto del 1981. Alla Camera dei Comuni Margaret Thatcher commentò: «Bobby Sands era un criminale. Ha scelto di togliersi la vita. Una scelta che l’organizzazione alla quale apparteneva non ha concesso a molte delle sue vittime». Così l’Inghilterra liberale liquidava, per l’ennesima volta, il “problema” irlandese, mentre in tutto il mondo libero salivano le proteste per le leggi speciali britanniche (con l’Emergency Provision Act erano stati istituiti tribunali speciali, le cosiddette Diplock Courts, prive di giuria e costituite da un unico giudice di nomina governativa competente per i reati di “terrorismo”).


In un mondo e in una società – la nostra – in cui la politica assomiglia sempre di più alla malabolgia dantesca dei ruffiani e degli adulatori, dove tutto si risolve in un chiedere e concedere favori, il sacrificio di Bobbi Sands e degli Strikers suona come una bestemmia. E, davanti al culto religioso del politicamente corretto, certamente lo è. Ed è certamente una bestemmia anche per chi la politica la pensa solo nel Palazzo e nei suoi intrighi.


Il loro gesto dice con forza che la politica sarà anche l’arte del compromesso, ma non può essere solo compromesso; dice che c’è un livello sotto cui non si può scendere, non è dato scendere a degli uomini liberi.

Bisogna dire di No, come loro lo hanno detto, anche per svegliare un popolo che dorme e che il potere vuole assopito e silente.


La libertà viene prima delle forme pesudodemocratiche con cui il Potere ci condiziona. Il Potere, scrivevano i «nuovi filosofi» quando erano ancora nuovi, cioè all’inizio della loro riflessione, è l’altro nome del mondo, ma l’uomo è tale perché e solo se osa tentare di guardare oltre i limiti del mondo.


Gli Strikers muoiono martiri, non disperati. Come gli studenti di Tien An Men. Come Jan Palach a Praga nel 1968. Come gli insorti di Budapest, contro i carri armati sovietici, nel 1956. Come il Catone di Dante Alighieri, che «libertà va cercando chè sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta». Come una lunga schiera di uomini liberi ... Muoiono uccisi dal terrorismo di Stato, non suicidi. Muoiono per svegliare il loro popolo, e anche noi.


IRA, Irish Repubblican Army è anche l’acronimo di una parola latina (e italiana) che l’Irlanda, cattolica nella sua anima malgrado la colonizzazione anche religiosa da parte della Gran Bretagna, ben sapeva riconoscere. L’ira è un vizio, si dirà. Ma l’ira è anche un dovere. C’è anche una giusta ira, senza la quale l’uomo precipita nell’accidia, che non è meno vizio dell’ira ingiusta. L’ira giusta è quella che si ribella all’ingiustizia, che non la può accettare e sceglie di combattere.


Se qualcuno ha dei dubbi, rilegga quel che san Tommaso d’Aquino scrive in proposito:


«Colui che allo scopo di liberare la patria uccide il tiranno viene lodato e premiato quando il tiranno stesso usurpa il potere con la forza contro il volere dei sudditi, oppure quando i sudditi sono costretti al consenso. E tutto ciò, quando non è possibile il ricorso a un’istanza superiore costituisce una lode per colui che uccide il tiranno».


Questo Paese muore, di oppressione e di accidia. Prima ancora di pensare ad abbattere il tiranno, bisogna pensare a svegliare i sudditi.


Agilulfo


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