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La Cultura della protesta
di Alain de Benoist 3/5/2013
 
 
La Cultura della protesta

Cesare aveva già sottolineato la propensione dei Galli per la guerra civile. I Francesi sono rimasti fedeli a tale tradizione: in ogni epoca della loro storia non hanno smesso di affrontarsi e di battersi tra loro. Sono da sempre anche i campioni della cultura dello sciopero e della protesta. I turisti che visitano Parigi se ne accorgono presto. Ci sono sempre scioperi da qualche parte: gli infermieri, i camionisti, i tassisti, i guardiani dei musei, i ferrovieri, il personale degli aeroporti, etc. In Francia i conflitti sociali raramente si risolvono attraverso il dialogo e la concertazione. Si preferisce manifestare e sfilare nelle strade.


Questa cattiva abitudine si cristallizza frequentemente in alcune “giornate”, che non durano mai molto ma hanno una funzione catartica: le giornate rivoluzionarie del 1830 e 1848, la Comune del 1871, i moti antiparlamentari del 1934, le giornate del Maggio 1958 che provocarono la fine della IV Repubblica e il ritorno al potere del generale de Gaulle, le giornate del Maggio 1968.

In queste ultime settimane è stato il progetto di legalizzare il matrimonio omosessuale che ha infiammato gli animi. Subito il dibattito si è focalizzato sui problemi riguardanti la procreazione (ricorso alle “madri in affitto” e alla “procreazione assistita” per gli omosessuali) in un clima già segnato dall’introduzione dell’ideologia del “genere” nei programmi scolastici. Gli oppositori al progetto di legge sul “matrimonio per tutti” hanno messo in moto folle di persone: alcune settimane fa erano più di un milione a manifestare lungo i Champs-Elysées sul tema “tutti i bambini hanno diritto ad un papà e una mamma”. Da trent’anni non si vedevano in Francia manifestazioni di tale consistenza.


Il rifiuto del governo di tenere in considerazione tale imponente movimento popolare, sostenuto da una petizione che ha raccolto 750 000 firme in poche settimane, ha radicalizzato l’opposizione e trasformato il movimento in opposizione “selvaggia” ad una politica di governo oggi totalmente discreditata (a meno di un anno dalla sua elezione solo il 26% dei Francesi si dichiarano ancora soddisfatti da François Hollande). Ogni giorno nuove manifestazioni hanno luogo per le vie di Parigi, davanti al Senato o all’Assemblea nazionale, cosi come nelle altre grandi città della Francia. Malgrado la legge sul matrimonio gay sia stata ora definitivamente votata dal Parlamento, il movimento continua ad ampliarsi, sul modello del movimento degli “Indignados” in Spagna o del movimento “Occupy Wall Street” negli Stati Uniti.


Questa radicalizzazione ha portato un certo numero di commentatori a richiamare lo spettro degli anni Trenta, un’idea anacronistica che seduce soprattutto gli spiriti propagandistici o pigri ( sono spesso gli stessi).


Più che ad una radicalizzazione si sta assistendo di fatto soprattutto ad una legalizzazione incontestabile dell’opinione. I sondaggi rivelano tendenze pesanti e forniscono cifre mai raggiunte: più del 62% dei Francesi pensa che la mondializzazione sia una minaccia, il 71% pensa di essere in piena crisi, il 70% trova che “ci siano troppi immigrati in Francia” e si ritrovano essi stessi stranieri nel proprio paese, il 72% afferma che “non si difendono abbastanza i valori tradizionali”, il 65% trova che “la giustizia non sia abbastanza severa con i delinquenti” e si dichiarano contrari alla depenalizzazione delle “droghe leggere”, il 73% ( di cui il 57% degli elettori di sinistra) pensa che “si possa trovare della manodopera in Francia senza far ricorso all’immigrazione”, il 74% ( di cui il 59% dei simpatizzanti del partito socialista) giudica che “la religione musulmana non sia compatibile con i valori della società francese”, il 53% dei Francesi è addirittura a favore della “reintroduzione dell’uniforme nelle scuole”, mentre l’87% dichiara di volere un “vero capo per ristabilire l’ordine”.


E’ un’onda profonda che s’infrange oggi sulla Francia, mentre la crisi economica diventa ogni giorno più grave. Tutti gli indicatori economici sono in rosso. Il debito pubblico ha superato il 90% del Prodotto Interno Lordo e si registrano migliaia di disoccupati in più ogni giorno. Non si è ancora ai livelli di Grecia, Spagna, Portogallo o Italia, ma ci si sta arrivando. Le classi popolari sono le vittime principali della situazione. La sinistra le ha abbandonate in nome delle riforme “societali” e dell’universalismo pro immigrazione, la destra le ha abbandonate in nome degli interessi della finanza e del mercato. Risultato: i vecchi elettori comunisti votano ormai per il Fronte Nazionale.


Molti giovani desiderano andarsene. I più vecchi di loro pensano che domani sarà ancora peggio di oggi. I media parlano di cambiamento d’umore, di pessimismo, senza mai domandarsi se questo movimento non sia una forma di rivelazione della verità. I Francesi hanno più fiducia nella classe politica. Più di tre su quattro di loro ritengono che i politici siano corrotti. In realtà i politici non sono tutti corrotti, ma sono tutti discreditati, perché fanno tutti parte di un medesimo sistema che corrompe tutto.


Gli scandali che scoppiano quasi ogni giorno non sono più percepiti se non come sintomi di questo sfacelo che, passo dopo passo, ha finito per invadere l’intero campo sociale. Allo stesso tempo si vede crescere un’onda di amarezza e di disgusto che può trasformarsi in collera. La questione fondamentale e di sapere in che momento la somma delle delusioni, dei rancori e delle frustrazioni raggiungerà la sua “massa critica”. Lenin diceva che le rivoluzioni nascono quando alla base non se ne vuole più e alla testa non se ne può più. Forse non ne siamo troppo lontani.


Alain De Benoist


Traduzione di Pierangelo Candiani


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