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Il Capitalismo e la sua crisi
di Archimede Callaioli 12/10/2012
 
 
Il Capitalismo e la sua crisi

La crisi in cui viviamo è nata il 14 settembre 2008, quando Lheman Brothers, una delle più prestigiose istituzioni bancarie americane, la quarta per dimensioni, di-chiarava fallimento. Ciò avveniva dopo circa un anno di convulsioni di tutto il siste-ma, iniziate con l’insolvibilità dei mutui (subprime) erogati, senza adeguati presuppo-sti economici, a sostegno di un’espansione edilizia senza precedenti, convulsioni che si erano propagate in ogni direzione rivelando come banche, assicurazioni, fondi di investimento, fossero inestricabilmente avviluppate le une agli altri da una rete di rapporti di debito/credito (i famigerati derivati) che non poggiavano su una base di ricchezza reale, ma solo su pezzi di carta.

Bastò il trascorrere della mattinata di quel 14 settembre,però, perché fosse chiaro che, dopo Lheman, sarebbero cadute anche tutte le altre tessere del domino, ed il mondo sarebbe più o meno tornato all’economia del baratto. Cominciarono così tut-te quelle manovre di salvataggio e di sostegno che continuano ancora oggi, e che an-cora oggi sembrano avere più l’effetto di spostare il problema da una casella all’altra (gli Stati si indebitano per salvare le banche, che si reindebitano per sostenere il debi-to pubblico che si è creato, e così via) che non di risolverlo una volta per tutte. Come è possibile che si sia creata una simile situazione? Semplicemente, perché essa è, se-condo logica, l’esito naturale del capitalismo.

Noi oggi usiamo alcuni termini sostanzialmente come sinonimi: capitalismo, impresa, libero mercato, iniziativa privata. E’ un abbaglio madornale.

Non solo questi non sono sinonimi, ma sono, in qualche caso, addirittura “antinoni-mi”, cioè termini conflittuali l’uno con gli altri.

Facciamo un solo esempio: il libero mercato, attraverso la concorrenza, tende a ridur-re al minimo la rendita degli operatori; il capitalismo, mirando alla massimizzazione del profitto, vorrebbe aumentare il più possibile quella rendita. E infatti, i grandi capi-talisti hanno sempre cercato di condizionare il mercato in modo che fosse meno “libe-ro” possibile.

Ora, se impresa, mercato (più o meno libero) ed iniziativa privata sono praticamente sempre esistiti da che esiste l’uomo, non altrettanto si può dire del capitalismo, che è quel particolare ed abbastanza recente sistema economico in cui il denaro è conside-rato un bene “naturalmente fecondo”, cioè produce una rendita di per sé, per il solo fatto di esistere e con il semplice passare del tempo.

Investire il denaro in un’impresa economica, beninteso, ha sempre prodotto una ren-dita, e in vista di questo sono sempre stati fatti gli investimenti, ma fino a non molto tempo fa questo meccanismo non era automatico, era sottoposto alle dinamiche dell’impresa, ed essenzialmente al fattore del rischio.

Tutti i grandi banchieri del Rinascimento sono falliti così, per aver finanziato anche una sola impresa disastrosa. Le cose cambiarono con la Riforma, per l’esattezza con il calvinismo, che considerò lecito l’interesse sui prestiti; il denaro non fu più solo uno dei fattori necessari per l’attività economica, ma divenne il fattore dominante e condizionante a cui tutti gli altri si dovettero subordinare. Chiedendo, in cambio di un prestito, sia garanzie (ipoteche) che interessi, le banche diventarono un fattore del processo economico non soggetto a rischio e certo del proprio guadagno.

Quando si scoprì come immettere nelle macchine una quantità sempre maggiore di energia, creando quella enorme e decisiva trasformazione non solo dell’economia ma dell’intera vita delle persone che è stata l’industrializzazione, si creò, per circa due secoli, un tale aumento della produttività e della ricchezza complessiva della società, che, unito alla fede incrollabile nel Progresso tecnico e quindi in un futuro necessa-riamente migliore e più ricco del presente, fece sì che la distorsione dell’uso del dena-ro potesse tranquillamente essere occultata, e divenire un fatto di senso comune, qua-le è ancora oggi: ognuno di noi, se deposita una somma in banca, ritiene naturale che gli venga corrisposto un qualche interesse, anche minimo, e considererebbe un furto che questo non avvenisse.

Da circa trent’anni a questa parte, il processo è stato portato alle estreme con-seguenze: se il denaro produce denaro di per sé, si è pensato che non fosse indispen-sabile investirlo nelle imprese dell’economia reale, ma che bastasse scambiare denaro con denaro per arricchirci tutti. E’ questo, in due parole, quello che ha fatto la finanza specialmente dalla caduta del Muro di Berlino (quando si pensò che fosse definitivo il trionfo del capitalismo) in poi, creando tutta una serie di strumenti, i derivati, i futu-res, gli swap, che in realtà altro non erano che pezzi di carta con sopra scritte cifre sempre più grosse, ma senza nessun valore economico reale che li giustificasse.

Il gioco ha retto finché tutti hanno potuto far finta che reggesse davvero; quando qualcuno ha avuto bisogno di passare all’incasso, è stato il 14 settembre di Lheman Brothers. Si è scoperto che, nel trionfo del capitalismo, non eravamo diventati tutti più ricchi, ma semplicemente avevamo tutti vissuto al di sopra delle nostre possibili-tà, e che tutti i soggetti del gioco economico (Stati, banche, fondi, imprese, privati cit-tadini) avevano contratto debiti che non avrebbero potuto rimborsare nel breve perio-do.

Peggio ancora, la finanza oggi non è un affare di pochi grandi banchieri, ma di tutti quello che hanno in qualche modo investito in azioni, obbligazioni, fondi di investi-mento (soprattutto per la pensione), titoli di Stato: cioè, sostanzialmente la maggior parte degli esseri umani occidentali. E questo è un altro importante motivo per cui le banche non possono fallire.

Insomma, per dirla in due parole, il mito della naturale fecondità del denaro è riuscito a mangiarsi la ricchezza prodotta dal più straordinario periodo di crescita e-conomica che l’umanità abbia mai conosciuto, e ad ipotecare la vita di almeno una generazione a venire. Di fronte a questo scenario, parole d’ordine come “stimolare la crescita” o “tenere i conti in ordine” sembrano sinceramente patetiche. E torna alla mente quello che disse, della società dominata dalla tecnica moderna, il più grande fi-losofo del ‘900: “ormai solo un dio ci può salvare”.


Archimede Callaioli


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