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Napolitano, punto e a capo
di Luca Bertagnon 22/4/2013
 
 
Napolitano, punto e a capo

La farsesca elezione del capo dello stato, che si è conclusa con la riconferma di Napolitano, è l’ennesima prova del fatto che siamo nell’occhio di un ciclone di grandi trasformazioni, che vanno comprese, gestite e, per quanto possibile, cavalcate onde evitare di farsi sopraffare.

Il sintomo del cambiamento infatti, si manifesta anche attraverso una politica inadeguata che si barrica nel Palazzo d’Inverno, che si trincera dietro la vuota liturgia del passamano delle schede elettorali davanti alle camere riunite, o che, per ‘paura’ del popolo, blinda Piazza Montecitorio, transennata ed inibita ai pedoni ed ai turisti durante tutto il periodo delle votazioni per il Quirinale.
Il sintomo si fa via via più evidente nella schizofrenia e nella clamorosa ritirata di un ceto politico decrepito che, conscio della propria inadeguatezza, abdica ad ogni decisione, preferendo nascondersi dietro la figura di un augusto, quasi novantenne, Napolitano, che avrebbe preferito ritirarsi a vita privata.


Ma il polso della trasformazione si misura nel capovolgimento delle tradizionali categorie con le quali si era abituati a leggere la politica e la società. In particolare il PD, partito della conservazione, delle tasse e della spesa pubblica, conformista per eccellenza (anche se alcuni intellettualoidi benpensanti si sono convinti fino all’ultimo che rappresentasse il progresso e il nuovo), palesa un sussulto di dignità da parte delle nuove leve che mostrano apertamente di non piegarsi a candidature impresentabili come quelle di un Marini o di un Prodi. Con ciò si da prova di come, lontani dalle responsabilità di governo, senza avere modo di esibire il proprio atavico conservatorismo, sia stato possibile per il PD far credere realmente di rappresentare una forma di cambiamento, insufflando tra le proprie fila dei giovani convinti davvero di incarnare la novità nella politica italiana. L’operazione è riuscita fino al punto di generare un reale rinnovamento ed una inevitabile frattura con la vecchia classe dirigente.
Sul fronte opposto un movimento storicamente ed autenticamente rivoluzionario ed anti sistema come la Lega Nord, riciclatasi nella versione 2.0, ripiega nel conservatorismo, nell’appiattimento su Berlusconi e non trova di meglio che trincerarsi dietro Napolitano, con la benedizione del Saggio Giorgetti e l’immagine rassicurante del segretario d’aula Caparini, indaffarato nel passamano di schede durante la pomposa liturgia dello spoglio.


Ma l’elemento più indecifrabile e disarmante per gli analisti è la piazza di Grillo: appassionata, composita, interprete della volontà di un sovvertimento di fatto di poteri e di valori, nella quale soprattutto si perdono le tradizionali distinzioni tra destra e sinistra che hanno monopolizzato ed inchiodato la politica italiana dell’ultimo ventennio. Una piazza che raccoglie ed incarna il dissenso, che rappresenta l’antagonismo, che esprime forti potenzialità ma che non ha ancora dato dimostrazione della direzione verso cui intende puntare.

In tutto questo marasma c’è un centro destra che catalizza ancora notevoli consensi, personificato dall’unico, istrionico, fantasista, invincibile Berlusconi ma che, senza Berlusconi, sembra destinato alla sublimazione.

Sullo sfondo, immobile, potente, apparentemente intoccabile, grigio inefficiente, ingiusto, stucchevole, l’apparato pubblico che, attraverso la burocrazia, incarna la raffigurazione più deteriore dello stato della sua forza e della sua arroganza.
Al vertice il potere: alta finanza, banchieri, fratellanze, club esclusivi, consessi ristretti di oligarchi capaci di decidere ed incidere!


Ci appassioniamo della politica e dei suoi teatrini, cogliamo gli elementi di rottura e di novità ma il vero obiettivo deve essere quello di colorare con tinte nuove il grigio, opprimente e mortificante fondale del formalismo e degli apparati, che più di altri rappresentano il vero sostegno di un potere distorto da superare e da abbattere.


Luca Bertagnon


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