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Napolitano e l’orchestra del Titanic
di Altea Monervini 22/4/2013
 
 
Napolitano e l’orchestra del Titanic

E' Domenica e non amo scrivere ma quello che è successo ieri mi ha veramente colpita. Attonita guardavo le immagini contrastanti che apparivano sul mio televisore sintonizzato sulla diretta che offriva Skytg24, mentre Napolitano stava raggiungendo la tanto agognata soglia necessaria alla sua rielezione. Una doppia finestra mostrava, in rigorosa diretta, due scene totalmente contrastanti.


Da un lato le facce trionfanti dei deputati, orgogliosi più che di aver eletto un anziano Presidente, di aver salvaguardato le proprie posizioni di potere appartenenti ad una classe politica ormai in pieno declino. Dall'altro lato le telecamere puntavano sulla gente riunita fuori dal Parlamento che, arrabbiata ed incredula, vedeva i maggiori partiti alzare barriere altissime contro qualsiasi spiraglio di cambiamento. Lo stesso giornalista in collegamento era a sua volta incredulo nel precisare come in realtà lì, fuori dal Parlamento, non c'erano solo gli elettori del Movimento 5 Stelle ma c'era gente di destra e paradossalmente, visto la provenienza politica del nuovo vecchio Presidente, anche gente di sinistra (questi ultimi con bandiere che non potevano lasciare adito a dubbi).


Molti ed io per prima hanno rivisto in queste immagini i paradossi tipici della vicenda del Titanic quando i crocieristi continuavano a ballare con l'orchestra che suonava nonostante la nave nel frattempo stesse affondando.

Certo, dal punto di vista tecnico, l'elezione di Napolitano è sicuramente un'elezione legittima ed è per questo che ritengo improprio parlare adesso di Colpo di Stato. Tuttavia ciò che succederà dopo, se succederà, potrebbe sul serio porsi ai limiti della regolarità costituzionale.


Da quanto apparso sui giornali sembra, infatti, che Napolitano abbia subordinato la propria disponibilità ad essere rieletto alla prerogativa di formare un governo di grande coalizione che attui i due programmi redatti dai Saggi, tanto che, in queste ore, si sta già parlando di un possibile c.d. 'Governo del Presidente'.


Ritengo questa definizione molto pericolosa visto che viviamo in una Repubblica parlamentare e non in una Repubblica presidenziale o semipresidenziale.

Il Presidente della Repubblica non ha la prerogativa di formare il governo, potendo solo formalmente indicare un Presidente del Consiglio che dovrebbe essere scelto all'interno di quel gruppo di forze politiche rappresentative di una maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. E' una prerogativa solo del Presidente del Consiglio incaricato, invece, la scelta dei ministri che devono formare il governo il quale a sua volta instaura un rapporto fiduciario con entrambe le Camere e solo con queste.

Tanto meno il Presidente della Repubblica può richiedere che vengano attuati i programmi redatti dai famosi Saggi senza che questi programmi siano mai stati votati dai cittadini (i quali, invece, in percentuali diverse hanno votato i programmi di Pd, Pdl e M5S solo per citare i maggiori partiti a livello nazionale).


Invero tanti si rifanno a Napolitano ritenendolo, nonostante queste ultime forzature, la panacea di tutti i mali, ma non dimentichiamoci che la situazione di stallo in cui ancora adesso il Paese si ritrova, è stata creata dal "nuovo vecchio Presidente della Repubblica".

Un anno fa, infatti, è stato lui a decidere di non sciogliere le Camere e quindi a decidere di non mandare democraticamente il Paese a nuove elezioni (nonostante non fossimo ancora nel periodo del c.d. semestre bianco: periodo in cui il Presidente della Repubblica,essendo alla fine del suo mandato, non può appunto sciogliere le Camere) nominando Presidente del Consiglio un non eletto con l'escamotage di averlo fatto, qualche giorno prima, senatore a vita.
E' stato sempre lui, dopo il fallimento di Bersani, a rifiutarsi di dare un incarico, anche solo esplorativo, ad un altro esponente politico - naturalmente diverso da Bersani - al fine di comprendere se ci fosse la possibilità di trovare una maggioranza in entrambi i rami del Parlamento che consentisse di formare un governo.


Ed è stato sempre e ancora lui ad inventarsi la nomina dei c.d. Saggi, figure totalmente inesistenti nel nostro assetto costituzionale, lasciando nel frattempo il Paese senza un governo che godesse della fiducia del nuovo Parlamento democraticamente eletto (chi fosse peraltro interessato a conoscere le biografie di alcuni - e sottolineo alcuni visto che ci sono anche figure di notevole spessore come quella del Prof. Valerio Onida - di questi personaggi rimando a questo interessante articolo: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/ ... napolitano-schede/547507/ ).

Re Giorgio quindi, chiamato così anche per una vociferata somiglianza che le malelingue gli attribuiscono con Re Umberto di Savoia, viene applaudito dalla politica perché fautore di questi disastri o semplicemente perché è l'uomo per tutte le stagioni che garantisce la sopravvivenza di questa vecchia classe politica che offre adeguate garanzie sia a Pd sia a Pdl?


Io sono per questa seconda ipotesi e sono, altresì, molto preoccupata perché il cambiamento è ormai inevitabile. Tuttavia allorquando questa miope classe politica decidesse di continuare ottusamente a non volere seguire il flusso della storia tale cambiamento sarà, anziché graduale ed indolore, rapido e dolorosissimo.

La gente fuori dal Parlamento, la gente comune con cui tutti noi parliamo e di cui facciamo parte è esasperata, noi stessi lo siamo, pure all'estero sono scioccati (Le Monde ha commentato così il Napolitano bis: "E' il naufragio della politica" mentre la Bbc ha osservato: "Nella crescente disperazione, si sono rivolti all’uomo che avrebbe dovuto andare in congedo”; il New York Times descrive la rielezione come l’ultima speranza dei parlamentari di spezzare l’impasse nel “crescente caos politico” dell’Italia). Gli unici che sembrano non accorgersi di ciò che sta accadendo sono loro, i politici che, chiusi nei loro palazzi d'avorio, si beano di vittorie inesistenti e non sentono il grido di dolore del popolo che ha fame e che pretende cambiamento e rinnovamento.


Altea Monervini


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